Ore 23.30. Pieno centro cittadino. Noi, in macchina, siamo di ritorno da una serata di chiacchiere, pizza e caffè; quattro inciuci sempre fondamentali e due risate che, comunque, non mancano mai. Loro, quelli che ci precedono a un certo punto si fermano al centro della strada con la macchina, accostando leggermente sulla sinistra. Dalla macchina scende una fanciulla, vestitino rosso stretto da sera e scarpe con il tacco, trucco abbondante ma viso imbronciato. Apre la portiera lato passeggero (sì, quella in mezzo alla strada) e si catapulta dalla macchina. Sbatte la porta, apre quella posteriore, prende la borsa che è sul sedile, sbatte anche questa porta e con l’aria di chi vuole fare la scenata corre verso il marciapiede, davanti a un portone, cercando un mazzo di chiavi nella borsetta. Dal lato autista scende lui, jeans e camicia a quadroni, viso arrabbiato con il piglio di chi sa il fatto suo. Lascia la portiera aperta. Dà un’occhiata a noi, che in tutto questo siamo ancora in fila, in attesa che quella macchina si sposti, e grida “pass allà” (no, non è un incitamento a una religione alternativa. La traduzione è: passa dall’altro lato!). Lo grida a noi che, incredule, assistiamo alla scena. Lo spazio per passare non c’è; ma pure se ci fosse stato, noi saremmo rimaste ugualmente là, giusto per sapere come andava a finire. 
Lui lascia la portiera aperta, si avvicina a lei, le sussurra una parola e lei immediatamente torna sorridente, le passa il broncio, smette di cercare – forse apposta con lentezza – le chiavi in borsa e si incammina nuovamente verso la macchina abbracciata a lui. Si siedono e la macchina – che era sempre rimasta in moto – riparte. Dalla nostra macchina parte, quasi spontaneo, un applauso e una risata: era necessaria questa scenata se dopo una parola si torna sui propri passi? Mah, il dubbio resta questo. Ma noi siamo contente: finalmente la strada è libera e possiamo tornare a casa!
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