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“le faremo sapere”…

cercare-lavoro“Grazie per averci inviato il suo cv. Qualora il suo profilo fosse coerente con le ricerche di personale in corso sarà nostra cura contattarla”. La frase è più o meno sempre la stessa. Equivale al laconico “le faremo sapere” che probabilmente le generazioni che ci hanno preceduto hanno almeno avuto la fortuna di sentirsi dire nel corso dei colloqui. Eh sì, perché oggi devi anche faticare per riuscire ad avere un colloquio, per farti dare una chance, per farti vedere come sei e come appari dal vivo, oltre il freddo modulo compilato e spedito on line che omologa tutto e tutti.
Oggi la ricerca di lavoro on line è semplice, diretta e immediata. Ma a volte può risultare una vera e propria giungla, in cui ci si perde – come in una selva oscura – tra freddi moduli da compilare, da riempire di dati con correttezza sennò poi non si carica la pagina successiva e non si può procedere al passo successivo. Oggi il web è tappezzato di inviti a inviare cv a destra e a manca: a Milano cercano questo mentre a Roma potresti avere quest’altra opportunità. E allora il candidato speranzoso (il laureato che dopo tante fatiche e tante corse riesce solo a contemplare quel pezzo di carta sudato e meritato nella cornice alle spalle della scrivania dalla quale disperatamente invia e scrive lettere di presentazione) si fionda nel mare magnum di internet, pronto a candidarsi alle offerte di lavoro più simili al suo profilo; pronto a non perdere la speranza.
Che poi – io una cosa me la chiedo con insistenza – quanti di quelli che inseriscono i cv in maniera spontanea sono stati mai chiamati da un’azienda? Boh. Intanto “il cv è stato registrato con successo”.

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ancora sui leggins

Ogni volta che parlo con una persona particolare mi viene sempre più una voglia matta di tenere aggiornato questo blog e di metterci dentro qualcosa di mio. Qualcosa che sia diverso da quello che scrivo abitualmente; che faccia parte di me e del mondo che io prendo con sottile ironia. Forse spesso anche per non pensare ad altro e nel – probabilmente spesso vano – tentativo di distrarmi dai mille pensieri che affollano la mente.
È ora che questo qualcuno (che rintraccerete agevolmente cliccando qui) se ne assuma tutte le responsabilità: se scrivo, dovete leggermi e vi sorbite le mie elucubrazioni mentali, è colpa sua. Insomma, adesso sapete con chi prendervela. 🙂
legginsOggi vi parlo dei LEGGINS. A dire il vero mi ripeto. Ne avevo parlato già qui e qui. Ma mi rendo conto che l’argomento è – anche nell’inverno 2012/2013 – di scottante attualità. Lo penso da un po’ e da un po’ mi tengo il mio pensiero tutto per me. Poi qualche giorno fa ho letto sul Corriere.it il commento di qualcuno che la pensa come me. Da allora mi sento meno sola e ho deciso di fare outing: odio i leggins. Sono una forma di democratizzazione dell’orrore: uniscono in maniera perfetta più generazioni di donne; sono orribili anche se visti addosso a una top model e farebbero intravedere un filo di cellulite anche su Jennifer Lopez. Ecco, giusto, credo che questo capo di abbigliamento sia proprio la democratizzazione dell’orrore della modo. Le incontrate in tutti gli ambienti, anche in posti insospettabili. Sono le donne che indossano i leggins: strette in questa specie di calza coprente che non lascia fiato (a loro che le indossano, ovvio), le intravedete a scuola, al supermercato e negli uffici pubblici. Il leggins è un indumento democratico perché – oltre a stare potenzialmente male su tutte – è usato da donne di ogni categoria e di ogni estrazione sociale: bambine, adolescenti, giovani donne e – perché no?! – anche anziane che si improvvisano fashion victim (pare sia una cosa molto trendy) e sfoggiano le proprie calzamaglie in un giro di spesa al supermercato o al mercato. Sono unici e democratici anche per un altro motivo: non tutti – direi quasi nessuno – hanno compreso che si indossano con maglie lunghe e preferibilmente larghe. Altrimenti si rischia clamorosamente di uscire senza gonna o pantalone!!!!

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spazio ai giovani?

Mi ritaglio lo spazio per una considerazione breve, spontanea, doverosa e oggettiva in quanto svincolata da qualsiasi concetto politico.

Dai giornali: Mr B. ha compiuto 75 anni; il nostro Presidente si è laureato nel 1947.

Nel nostro Paese quando si comincerà a dar spazio ai giovani?

 

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le borse iper capienti

Le borse capienti sono croce e delizia di noi giovani donne che ci affacciamo nel 2011 portando sulla nostra spalla pesi enormi e una quantità incredibile di oggetti da fare invidia a babbo natale e al suo sacco con i regali. Alzi la mano chi ne saprebbe fare a meno. Nelle borse iper capienti siamo capaci di far entrare di tutto. E poi sono perfette per chi trascorre gran parte della giornata fuori casa. Diciamola tutta: le borse enormi sono delle vere e proprie valigie ventiquattrore che ci permettono di affrontare la giornata con il piglio giusto, di andare incontro a qualsiasi inconveniente e di tirare fuori l’oggetto giusto al momento giusto. Noi donne con le borse enormi sembriamo tutte come Mary Poppins, pronte a tirare fuori ogni oggetto dalla borsa delle meraviglie.

La scena è sempre la stessa: ti serve una cosa, apri la borsa e cominci a cercare. Parte una vera e propria caccia al tesoro. Non si sa perché, le borse capienti sono sempre quelle che hanno meno tasche, zip, divisori. Sono una vera e propria sacca in cui, data la capienza, tu ti affanni a mettere dentro qualunque cosa, salvo poi andare incontro a vere e proprie odissee prima di cercare l’oggetto desiderato. E quando poi improvvisamente squilla il cellulare? E che ve lo dico a fare: la caccia al tesoro parte al primo “driin”. Dovrebbe essere semplice rintracciare il telefono, visto che solitamente il display si illumina. Sarebbe troppo semplice: la caccia al tesoro deve essere difficile! Ed è proprio per questo motivo che noi, donne giovani dalle borse capienti, pensiamo bene di piazzare il cellulare in quelle miniborsette nere, costruite appositamente con un materiale che non lascia passare la luce. Noi donne dalle borse capienti siamo abituate alle cose difficili: mica potremmo accontentarci di trovare subito il cellulare che squilla? Una volta ho sentito per intero due canzoni di Gianna Nannini (la stessa per due volte) prima che la proprietaria del cellulare riuscisse a racimolare il telefono in borsa!

Stamattina, poi, ho anche capito che le borse enormi servono anche a farsi spazio tra la folla. Hanno una loro utilità insomma. Ero al supermercato e ho assistito a questa scena: una ragazza ha orgogliosamente posato la sua mano sulla sua borsa enorme, l’ha spostata in avanti e gridando “PERMESSOOOO!!” si è fatta largo tra la folla a borsate. Un po’ come le mamme che usano i passeggini come sfollagente!

Ma cosa mettiamo in queste sacche così capienti? Di tutto, lo dicevo prima. Ma credo esista una classifica degli oggetti che maggiormente affollano le nostre borse. Provo ad abbozzarne una.

  1. Borsellino
  2. Portafogli
  3. Porta patente
  4. Portamonete
  5. Cellulare 1
  6. Cellulare 2
  7. Chiavi di casa
  8. Chiavi della macchina
  9. Chiavi dell’ufficio
  10. Fazzoletti 1
  11. Fazzoletti 2
  12. Fazzoletti 3 (non si sa perché ma noi donne non ci accontentiamo mai di soli due pacchetti di fazzoletti. “E se poi finiscono?” – ci chiediamo sempre nell’atto di inserire il terzo pacchetto in borsa. Ma non possiamo farci niente; ci hanno insegnato a pensare così fin da bambine)
  13. Trucco (il minimo indispensabile ma ci vuole). E per trucco intendo: ombretto, fard, lucidalabbra, rossetto, smalto
  14. Salviettine rinfrescanti (non si sa mai: potrebbero servire)
  15. Gel disinfettante (e su questo argomento, consentitemi di dire che i mass media hanno fatto appesantire di molto le borse di noi donne dai sacchi giganti)
  16. Agendina
  17. Rubrica tascabile (con mia grande soddisfazione, annuncio di esserne riuscita a fare a meno: ho inserito tutti i contatti cartacei nella potentissima agenda del mio cellulare) 🙂
  18. Penne (almeno due, considerato che la prima non scrive mai)
  19. Matita e gomma (non si sa mai, potrebbero servire)
  20. Scotch e colla (per i motivi di cui sopra)
  21. Bottiglietta d’acqua (di fondamentale importanza)
  22. Gomme
  23. Caramelle
  24. Cioccolata
  25. Pen drive
  26. Mp3 (un po’ di musica non fa mai male)

Finisco qui con la lista, ma vi giuro che ho visto venir fuori dai sacchi/borse enormi perfino cacciaviti e batterie ricaricabili e non!

Ps: “Non giudicate mai le cose dal loro aspetto, nemmeno una valigia; io non lo faccio mai!” Vi ricorda niente? Io dico di sì. Ecco a cosa mi riferisco:

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Cinema e musica, un legame indissolubile – MusicateneoMagazine

Cinema e musica, un legame indissolubile

Tornatore parla del sodalizio con Morricone: “Progettiamo la musica prima delle riprese dei film”

La copertina di Musicateneo Magazine

Cinema e musica. Due linguaggi diversi solo all’apparenza che si intrecciano sempre più spesso. Succede nelle colonne sonore dei film, con le musiche che spesso si legano in maniera indissolubile a qualche pellicola cinematografica e viceversa. Vi è mai capitato di ricordare una canzone o una musica solo in quanto colonna sonora di un film? A  testimonianza del fatto che musica e film non sono linguaggi diversi che si intrecciano soltanto nel momento della  composizione della colonna sonora del film.

Il rapporto intrinseco che lega la musica al cinema è qualcosa di più profondo di un semplice abbinamento tra musica ed immagini. Una convinzione, questa, rafforzata direttamente dalle parole di Giuseppe Tornatore, uno dei registi italiani più famosi, che lo scorso mese di novembre ha incontrato gli studenti dell’Università di  Salerno in occasione della rassegna Filmidea.

Il regista siciliano ha incontrato giornalisti e studenti presso l’Università di Salerno. Al termine della conferenza stampa, ha animato un interessante dibattito assieme agli studenti nell’Aula Cilento, colma all’inverosimile di persone accorse per ascoltare dal vivo le parole del regista di “Baaria”.

Memorabili le colonne sonore dei film di Tornatore con Nicola Piovani prima (musiche de “Il camorrista”) e con Ennio Morricone poi. Un legame indissolubile, quello con Morricone, che dura lungo quasi tutta la sua produzione cinematografica. Proprio a Giuseppe Tornatore abbiamo chiesto di spiegarci il rapporto tra il suo cinema e la musica.

Io ho sempre creduto che la musica avesse un ruolo importante nei film e che non fosse semplice cornice agli accadimenti. La musica – ha spiegato il regista – rivela tutto ciò che il racconto visivo non rende all’interno di un film; non serve solo a rendere più piacevole una storia“.

Come nasce la musica per i film?

“Quando si produce un film c’è una consuetudine che porta a scegliere la partitura musicale solo quando la pellicola è già pronta. Solitamente la musica si sceglie alla fine, nella fase che precede il missaggio. Non è assolutamente un modo sbagliato; ma io non sono mai stato convinto di questa tecnica. Ho sempre creduto che qualsiasi elemento di un film sia oggetto di un processo di lunga maturazione: è questo il nostro mestiere. Di conseguenza, non mi ha mai convinto l’idea di chiamare il musicista alla fine del film e di chiedergli una colonna sonora, con il regista che suggerisce quasi la musica solo con lo scopo di rendere la proiezione più attraente per il produttore. Queste sono solo musiche civetta. Anche il rapporto con il musicista in questi casi diventa arido, freddo, quasi senza stimoli: credo sia un meccanismo terrificante”.

Come sceglie la musica per i suoi film?

“Io sono convinto che la musica abbia all’interno gli stessi diritti di tutti gli altri elementi. Personalmente non ho mai scelto la colonna sonora di un mio film alla fine, prima del missaggio. Sono sempre stato convinto che pure per la musica sia  fondamentale lo stesso processo di maturazione e di studio che occorre per la realizzazione di una pellicola cinematografica. Poi ho avuto la fortuna di incontrare Morricone che è stato d’accordo fin dal primo momento con questa mia teoria. Assieme a lui discutiamo delle musiche ancora prima di girare un film; poi c’è un lavoro di revisione, di seconda registrazione. Alla base c’è un lavoro più complesso e sicuramente più costoso. Ma così la musica diventa veramente un elemento espressivo e narrativo di un film. Io quando riprendo so già quale sarà la musica del film. “Baaria”, per esempio, ha sempre avuto la colonna sonora che voi conoscete fin dal primo ciak”.

Com’è nato il sodalizio con il Maestro Morricone, uno dei più grandi compositori italiani?

“Quando l’ho incontrato per la prima volta, ai tempi di ‘Nuovo cinema paradiso’, per me era un mito. Abbiamo condiviso la stessa teoria: progettiamo la musica prima delle riprese e lui lavora tantissimo, ancora prima di andare in sala e registrare. Adesso abbiamo un rapporto tale per cui ogni volta che sta per partire un film io gli telefono subito”.

Cosa consiglierebbe un regista come lei ai tanti giovani che sognano una carriera brillante nel campo artistico?

“Nella vita per riuscire a realizzare i propri obiettivi c’è bisogno di tenacia e praticità. Quando si ha un sogno da realizzare il mondo sembra impedirtelo o essere indifferente nei tuoi confronti. In quel momento scatta il panico; la paura di non farcela. Così, però, ci si perde e si perde tempo. Il segreto sta nello scoprire il margine di azione e di fare ciò che si può. Oggi i giovani hanno tanti mezzi per poter esprimersi anche nel campo cinematografico. Ai miei tempi, il massimo della libertà di espressione era il super 8”.

Tornatore, poi, si sofferma rapidamente sul suo rapporto con la Campania.

Sono molto legato a questa terra; ci ho girato il mio primo film (Il camorrista, nda) ed ho un ricordo bellissimo di quel periodo“.

Il tempo vola via veloce e Tornatore ha un appuntamento a cui non vuole arrivare in ritardo: l’incontro con gli studenti. “I giovani – afferma soddisfatto – mi pongono sempre le domande più interessanti; è per questo che accetto sempre questo tipo di incontri. E secondo me non è vero quello che si dice in giro: non mi risulta che ai giovani di cinema non gliene freghi più niente“.

(Articolo tratto dal n.18/2010 di Musicateneo Magazine)

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