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il potere delle delusioni

Ho una voglia matta di intitolare questo post “Il potere delle delusioni”.
In fondo, a chi non è mai capitata una delusione? Nel lavoro, negli affetti, nella vita quotidiana?
Riprendersi è dura, hai la sensazione di non farcela e non ti fidi più di nessuno. Specie se a deluderti è stata una persona/situazione in cui credevi tanto. Ma forse la vita è bella anche per questo: cadi, fai fatica, ti pare tutto difficile e ti rialzi. E magari la ringrazi anche la tua delusione. In fondo per le delusioni si cresce, si capisce cosa si vuole, si raddrizza il tiro. Forse proprio perché si soffre si cresce. Però che fatica, eh. Non si smette mai di combattere!

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(spazio libri) “Non è la fine del mondo” di Alessia Gazzola

Sì, è vero: d’estate leggo molto di più. E spesso mi lascio coinvolgere anche in letture più leggere rispetto al resto dell’anno. L’altro giorno, per esempio, passando in libreria, mi sono fatta attrarre dalla copertina di “Non è la fine del mondo” di Alessia Gazzola. Ho cominciato a sfogliarlo e sono stata attratta dalla definizione della protagonista, una con “il carattere di una vecchia pechinese sterilizzata”. 😊 Questo libro fa per me, mi sono detta. E l’ho portato a casa e letto tutto d’un fiato. Scrittura piacevole, semplice, leggera, ironica e che fa riflettere al tempo stesso. E ora capisco perché sia uno dei libri più venduti degli ultimi tempi. Come al solito, ho evidenziato qualche frase da tenere bene a mente. 

“Non sono sempre stata così. C’è sempre qualcosa che, a un certo punto della nostra vita, ci trasforma in qualcuno che non credevamo di essere o, piuttosto, ci svela esattamente cosa siamo. La prospettiva sembra diversa, eppure non lo è.”

“So che qualunque condizione che ci levi la libertà di vivere alla luce del sole può portare solo infelicità.”

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“le faremo sapere”…

cercare-lavoro“Grazie per averci inviato il suo cv. Qualora il suo profilo fosse coerente con le ricerche di personale in corso sarà nostra cura contattarla”. La frase è più o meno sempre la stessa. Equivale al laconico “le faremo sapere” che probabilmente le generazioni che ci hanno preceduto hanno almeno avuto la fortuna di sentirsi dire nel corso dei colloqui. Eh sì, perché oggi devi anche faticare per riuscire ad avere un colloquio, per farti dare una chance, per farti vedere come sei e come appari dal vivo, oltre il freddo modulo compilato e spedito on line che omologa tutto e tutti.
Oggi la ricerca di lavoro on line è semplice, diretta e immediata. Ma a volte può risultare una vera e propria giungla, in cui ci si perde – come in una selva oscura – tra freddi moduli da compilare, da riempire di dati con correttezza sennò poi non si carica la pagina successiva e non si può procedere al passo successivo. Oggi il web è tappezzato di inviti a inviare cv a destra e a manca: a Milano cercano questo mentre a Roma potresti avere quest’altra opportunità. E allora il candidato speranzoso (il laureato che dopo tante fatiche e tante corse riesce solo a contemplare quel pezzo di carta sudato e meritato nella cornice alle spalle della scrivania dalla quale disperatamente invia e scrive lettere di presentazione) si fionda nel mare magnum di internet, pronto a candidarsi alle offerte di lavoro più simili al suo profilo; pronto a non perdere la speranza.
Che poi – io una cosa me la chiedo con insistenza – quanti di quelli che inseriscono i cv in maniera spontanea sono stati mai chiamati da un’azienda? Boh. Intanto “il cv è stato registrato con successo”.

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festeggiare il lavoro? oggi? mah!

Avvertenza per i naviganti e per i lettori: probabilmente questo post risulterà impopolare per la maggioranza di voi; demagogico per qualcun altro; folle e senza senso per altri.

Che senso ha la festa del lavoro nel 2012? Che senso ha festeggiare questa giornata in un momento così particolare e delicato per la nostra Italia?

“La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori è una festività celebrata il 1º maggio di ogni anno che intende ricordare l’impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori”.

Che traguardi abbiamo raggiunto, aggiungendoli a quelli storici, per festeggiare questa giornata?

Forse c’è bisogno di elencare alcune delle notizie che leggiamo sui giornali solo nei giorni che precedono il 1° maggio:

1. Allarme Onu, disoccupazione al 9,7%

2. I giovani che “neet” (che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione) hanno raggiunto quota 1,5 milioni

3. Situazione lavoro allarmante. I dati del 2008 raggiungibili solo nel 2016 (e, aggiungo io, non è che nel 2008 si stesse particolarmente bene!)

Tutto questo senza dimenticare il triste capitolo delle morti e degli incidenti sul lavoro, il lavoro nero (una vera e propria piaga della società che colpisce ogni settore), e tutti i suicidi degli ultimi tempi, imputabili in qualche modo alla situazione disperata economica e lavorativa assieme.

Mi fermo qui. E’ solo un elenco, assieme a tante altre cose non dette, degli elementi per cui ritengo che in questo 1° maggio ci sia veramente poco da festeggiare. Ma tanto, veramente tanto, su cui riflettere.

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lauree maltrattate, riepiloghiamo

Per dovere di cronaca, credo sia giunto il momento di fare il punto della situazione.

Mi rendo conto che gli ultimi due post hanno portato un numero di visitatori su questo blog che non avrei immaginato negli ultimi tempi.

Sto gironzolando on line perchè ho scoperto – grazie alle ricerche con cui molti di voi sono arrivati fin qui e grazie ad alcuni vostri commenti – che non sono l’unica indignata per il trattamento che le nostre lauree ricevono oramai da anni in televisione (e non solo!).

A questo punto credo sia opportuno fare un breve riepilogo della situazione prima di tornare a parlare di altro.

Chi è che parla male di Scienze della comunicazione? Io non sto davanti alla tv 24 ore su 24. E, ahimè, ho assistito dal vivo solo a qualcuna di queste “esibizioni”. Allora ho cercato di fare il punto della situazione on line. Spero di esserci riuscita. Se dimentico qualcuno o qualcosa, abbiate la bontà di farmelo presente.

– Qualche giorno fa ci ha pensato il ministro del welfare, Sacconi, a spendere “una parola buona” per i laureati in Scienze della comunicazione. Lo ha fatto a “Porta a porta”, come riporta questo blog. Ma in realtà ho scoperto che le sue opinioni su questo corso di laurea le aveva espresse già qualche annetto fa in un’intervista a L’Espresso.

– Lo scorso gennaio il ministro Gelmini a “Ballarò” parla di Scienze della comunicazione come laurea inutile. Qui c’è un articolo che spiega come sono andate le cose in trasmissione. Io questa puntata non l’ho vista. Purtroppo.

– La settimana scorsa Giampaolo Pansa fa le condoglianze in studio a “La vita in diretta” a una ragazza che racconta di essersi laureata in Scienze della comunicazione. Posso testimoniare io: questa volta ero davanti alla tv. In ogni caso, si parla di ciò che è accaduto in studio anche su questo forum.

– E’ lo stesso Pansa che in un articolo pubblicato da Libero parla di brividi nel vedere ragazzi che si iscrivono a Scienze della comunicazione per fare i giornalisti o gli addetti stampa (ma chi lo ha detto che questa facoltà serve solo a questo?)

Poi mi imbatto in questo pezzo di Vittorio Zambardino e mi chiedo: ma vuoi vedere che questo scetticismo intorno al nostro percorso di studio è solo colpa nostra? 😦

Credo sia tutto. Mi auguro quantomeno che l’elenco si fermi qui. Sono troppo ottimista? Sì e no.

Sapete come la penso? Facciamo qualcosa di concreto, va bene: tuteliamoci, facciamo in modo che non si parli più male di noi. Ma allo stesso tempo, diamoci da fare e dimostriamo sul campo quanto valiamo.

Nota a margine: i banchi li riscaldi sia se studi Scienze della comunicazione sia Giurisprudenza, Fisica o Matematica. Teniamoci lontano dai luoghi comuni: se si vuole studiare si studia. Ovunque e comunque.

Un ultimo appunto: man mano altre voci si uniscono al nostro sdegno. Una la trovate qui.

 

 

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generazione perduta

“Generazione perduta”. Leggo e sorrido. Un sorriso amaro, ovviamente. Perché della generazione perduta faccio parte anche io. Chi sono? I laureati, i diplomati, i dottorati e i masterizzati che sono “stretti nella morsa della precarietà e vedono andare in fumo attese e prospettive di vita” – per dirla con repubblica.it.

La Repubblica ha deciso di dare voci e nomi ai componenti della generazione perduta. Ho letto alcuni commenti e ho deciso di non proseguire. Ho scoperto che ci sono tantissime persone, anche più adulte, alle prese con le stesse difficoltà, alcuni addirittura peggio di me. E allora mi chiedo: che abbiamo studiato a fare? Per ritrovarci a scrivere delle nostre aspettative deluse? Per sognare un mondo che non c’è? O per sperare di entrare a far parte dei pochi non illusi? Le domande non sono semplici. E credo che sarà difficile dare una risposta anche solo a una di queste.

E questo post è solo una risposta a chi, non curante delle difficoltà in cui si imbatte la generazione perduta, invita i giovani a trovare un lavoro, a inviare cv, a non fossilizzarsi sui propri sogni, quasi come se questa generazione preferisse restarsene a casa comodamente seduta in divano. Ma forse è vero: a volte bisogna essere protagonisti di una situazione per capire quello che si prova. Solo i protagonisti possono capire. 😉

 

“Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho”

 

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primo post 2011 :-)

Devo scrivere il primo post del 2011. Mi sto impegnando. I motivi per mettere nero su bianco ci sono tutti: devo “oscurare” l’ultimo post, che ho pubblicato in automatico quando mi è arrivato il riassunto del mio 2010 su wordpress dalla posta elettronica; e poi questo dovrebbe essere un post ricco di buone intenzioni e di propositi per il nuovo anno. C’è chi stila liste intere di “questo lo faccio” e “questo no”. Io, oltre ai propositi di trovare un lavoro regolarmente retribuito (e non solo per pochi mesi), aggiungo un solo proposito, che poi li ingloba tutti: THINK OUT OF THE BOX!

 

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lauree in vendita?

Due flash. Due spunti interessantissimi che convergono entrambi verso un unico tema.

Stamattina apro la posta elettronica e spunta una mail simpaticissima dal titolo/domanda emblematico: “Hai più di trent’anni e non sei ancora laureato?”. Mi incavolo di brutto: non solo mi arriva continuamente spazzatura tramite posta elettronica; ma è pure spazzatura non “mirata”. Non ho più di trent’anni e mi sono laureata la bellezza di cinque anni fa (sigh!). E vabbè, ci passo sopra ma poi, non contenta, mi metto a leggere. Mi si offre una soluzione imperdibile: laurearmi presto senza rinunciare al lavoro. Lavoro? Quale lavoro? Ok, io non ho un lavoro, ma uno che non si è laureato ancora sì. E fin qui non ho nulla da ridire. Mi rassegno alla realtà (che per i laureati in Scienze della comunicazione vedo sempre più triste) e chiudo la mail. Non la cancello, magari prima o poi mi viene in mente di leggerla di nuovo, magari per trovare qualche spunto, magari solo per curiosità. Ho deciso: terrò lì il messaggio da consultare nei momenti di crisi: può essere che sarà da conforto in momenti particolari.

Poi oggi leggo il giornale e mi imbatto in una notizia: “Giovane architetto annuncia su internet: vendo la laurea, non serve a nulla”. Il ragazzo in questione dopo un anno è stanco di passare da uno stage all’altro senza trovare un lavoro vero e proprio. Figurarsi dopo cinque anni… La notizia mi piace, è carina, l’annuncio anche.

Idea: e se ne vendessi anche io una in Scienze della comunicazione? La mia forse vale di più: è anche più, come dire, “vecchia”! 😀

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sul comunicatore/psicologo

Non credevo ai miei occhi quando ho letto una delle ultime notizie strane di questi giorni. Non volevo crederci in verità. Preferivo sorridere alle lettura di una notizia stramba; ma non ce la facevo ad approfondirla. Poi oggi ho trovato il coraggio: breve ricerca on line e tac, ecco la verità.

Cercasi esperto di comunicazione. Giornalista? No, laureato in psicologia” titolava qualche giorno fa il Corriere del mezzogiorno. E io, dopo aver letto in sovrappensiero, mi sono detta: “vabbé, una notizia che mi tocca di striscio: l’esperto di comunicazione potrei anche farlo, ma non ho la laurea in psicologia”.

Un momento:  la laurea in Psicologia; e perché un comunicatore dovrebbe avere la laurea in Psicologia? E perché io – che studio ancora, ho studiato cinque anni Comunicazione, ho lavorato dieci da giornalista – non potrei partecipare? Semplice: non sono psicologa. E la mia laurea, la tanto agognata, sudata e bistrattata laurea in Scienze della comunicazione – poverina –  pur se quinquennale, non è equipollente a Psicologia. Non serve neppure un master ancora in corso e l’esperienza di lavoro maturata nel corso degli anni. No psicologa no bando!

Allora, faccio mente locale e provo a “giustificare” chi ha indetto il bando per comunicatore-psicologo.

Seguitemi: non hanno tutti i torti poi… 🙂

A quanto pare, il comunicatore/psicologo dovrebbe operare a supporto dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico (quello che noi poveri comunicatori semplici chiamiamo URP). Quale figura migliore, avranno pensato, che uno psicologo per tenere i contatti con la gente? Saprà come reagire alle pressanti richieste di informazione, sarà sempre pronto a prevedere anche le risposte dell’interlocutore, avrà un savoir faire diverso da un semplice comunicatore di professione, e – cosa da non poco – sarà un perfetto psicologo, consulente, anche per eventuali comunicatori suoi colleghi di lavoro (a patto che ce ne siano).  La scelta dello psicologo può trovare tante, infinite giustificazioni se ci pensiamo. E poi uno che studia a fare Psicologia se poi non va a fare il comunicatore per  50.000 euro lordi annui? Mi pare una cosa logica.

E il comunicatore? Per cosa studia? Su questo ci vorrebbe un post a parte. Ma provo a sintetizzare.

Un comunicatore studia per… Per sentirsi dire che, dopo aver studiato cinque (dico cinque) anni, quella laurea in fondo non era così indicata, perché non offre chissà quali grandi opportunità di lavoro, perché in fondo ti hanno insegnato a studiare con il cinema, la tv, la radio e i giornali…  Che insomma hai studiato tutto ciò che gli altri normalmente fanno per hobby, che in fondo non è che ci vuole chissà quale competenza per scrivere un articolo, un comunicato o una news, che il comunicatore può farlo chiunque anche un altro laureato con un master in comunicazione, che se avessi fatto un’altra facoltà (ah, questo sì) magari a quest’ora avresti avuto diverse opportunità… E via così! Infatti, se avessi studiato psicologia avrei avuto qualche altra opportunità! 😛

Il problema è uno: siamo noi scienziati della comunicazione a dover prendere coscienza dell’importanza dei nostri studi e del peso di queste materie nella società moderna. Siamo stati ghettizzati troppo a lungo per continuare a restare in silenzio. Siamo noi i professionisti della comunicazione; dobbiamo andare a prenderci i posti che ci spettano, mettendo nell’angolo tutti coloro che, per un motivo o per un altro, hanno fatto comunicazione senza avere tutte le carte in regola.

Devo rettificare: mentre scrivo apprendo che il bando di concorso è stato modificato parzialmente. Adesso è consentito avere una laurea in Scienze della comunicazione per partecipare; non più solo in Psicologia (lauree sempre triennali); ma ovviamente la laurea in Psicologia resta. Sono commossa. Non aggiungo altro.

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la maledizione del cv europeo

Devo fare outing. Mi devo sfogare in qualche modo. Devo gridarlo a gran voce: odio il curriculum vitae in formato europeo. Per compilarlo ci vogliono almeno un paio di giorni: devi definire tutto nei minimi dettagli, devi organizzare al meglio le tue capacità e competenze, devi impegnarti a capire perché ogni riga è caratterizzata da un carattere diverso, stare attenta ai grassetti ed ai corsivi che sono già preconfezionati e poi, dulcis in fundo, la mia dannazione: occhio alla riga verticale! Sì, quella simpatica riga che divide il foglio tra destra e sinistra e che se non stai attenta zompa da una parte all’altra. Tra me e quella riga c’è un odio infinito. Da quando ci hanno presentate non ci sopportiamo. Mi spiegavano l’utilità del cv formato europeo e la riga mi guardava sussurrando: “ne vedremo delle belle…”. E, sia chiaro, non è incompetenza o non sapere usare il computer: quella riga decide di andare dove cavolo le pare; hai voglia di raddrizzarla e piazzarla nel punto giusto, quella lo fa apposta: cambia posizione quando vuole. E lo fa proprio mentre il tuo curriculum vitae, dopo due giorni di studio approfondito, è pronto ad andare in stampa! Anzi, nella maggior parte dei casi stampi tutto e poi ti rendi conto che la riga – sempre quella maledetta riga – se ne è andata per i fatti suoi!

Ma la mia antipatia per il curriculum vitae formato europeo non è solo dovuta alla riga.

Un curriculum bell’e pronto, in cui inserire solo come automi tutte le informazioni utili, ci fa apparire tutti uguali… Zero inventiva, zero creatività! Scrivere il curriculum sembra quasi come fare la dichiarazione dei redditi; a breve, ne sono certa, saranno create delle figure professionali adatte ad aiutare nella compilazione del cv europeo!

E vogliamo parlare di quegli spazi in cui inserire i riferimenti ai propri hobby? Capacità e competenze artistiche… Sarà che io di competenze artistiche ne ho sempre avute poche, ma questa voce mi mette una tristezza!

Poi, diciamocela tutta, io – se dovessi assumere – avrei molta più simpatia per chi un curriculum lo scrive da sé (ovviamente sempre nei canoni della decenza) anziché per chi scarica il modello da internet e lo compila. Sarà per questo che sono dalla parte di chi cerca lavoro e non di chi lo offre? 😛

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