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ecco perché il giornalismo è alla frutta

«Il pagamento serve proprio a garantire la massima trasparenza, così si capisce che uno non simpatizza per nessuno. Se un giornalista invece va a fare interviste gratis, non saprei dire perché lo fa. È tutto talmente chiaro che non vorrei aggiungere nient’altro».

Quando si dice l’etica e la deontologia professionale…!
Dopo aver letto questa intervista (quella da cui ho tratto lo stralcio iniziale di questo post), sono sempre più convinta di una cosa: siamo alla frutta. Come giornalisti, come cittadini e come Paese intero.
Amara constatazione della domenica sera: fino a quando ci saranno persone – e credetemi sono la maggioranza – che la pensano così, noi “duri e puri” non andremo mai da nessuna parte.

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lauree maltrattate, riepiloghiamo

Per dovere di cronaca, credo sia giunto il momento di fare il punto della situazione.

Mi rendo conto che gli ultimi due post hanno portato un numero di visitatori su questo blog che non avrei immaginato negli ultimi tempi.

Sto gironzolando on line perchè ho scoperto – grazie alle ricerche con cui molti di voi sono arrivati fin qui e grazie ad alcuni vostri commenti – che non sono l’unica indignata per il trattamento che le nostre lauree ricevono oramai da anni in televisione (e non solo!).

A questo punto credo sia opportuno fare un breve riepilogo della situazione prima di tornare a parlare di altro.

Chi è che parla male di Scienze della comunicazione? Io non sto davanti alla tv 24 ore su 24. E, ahimè, ho assistito dal vivo solo a qualcuna di queste “esibizioni”. Allora ho cercato di fare il punto della situazione on line. Spero di esserci riuscita. Se dimentico qualcuno o qualcosa, abbiate la bontà di farmelo presente.

– Qualche giorno fa ci ha pensato il ministro del welfare, Sacconi, a spendere “una parola buona” per i laureati in Scienze della comunicazione. Lo ha fatto a “Porta a porta”, come riporta questo blog. Ma in realtà ho scoperto che le sue opinioni su questo corso di laurea le aveva espresse già qualche annetto fa in un’intervista a L’Espresso.

– Lo scorso gennaio il ministro Gelmini a “Ballarò” parla di Scienze della comunicazione come laurea inutile. Qui c’è un articolo che spiega come sono andate le cose in trasmissione. Io questa puntata non l’ho vista. Purtroppo.

– La settimana scorsa Giampaolo Pansa fa le condoglianze in studio a “La vita in diretta” a una ragazza che racconta di essersi laureata in Scienze della comunicazione. Posso testimoniare io: questa volta ero davanti alla tv. In ogni caso, si parla di ciò che è accaduto in studio anche su questo forum.

– E’ lo stesso Pansa che in un articolo pubblicato da Libero parla di brividi nel vedere ragazzi che si iscrivono a Scienze della comunicazione per fare i giornalisti o gli addetti stampa (ma chi lo ha detto che questa facoltà serve solo a questo?)

Poi mi imbatto in questo pezzo di Vittorio Zambardino e mi chiedo: ma vuoi vedere che questo scetticismo intorno al nostro percorso di studio è solo colpa nostra? 😦

Credo sia tutto. Mi auguro quantomeno che l’elenco si fermi qui. Sono troppo ottimista? Sì e no.

Sapete come la penso? Facciamo qualcosa di concreto, va bene: tuteliamoci, facciamo in modo che non si parli più male di noi. Ma allo stesso tempo, diamoci da fare e dimostriamo sul campo quanto valiamo.

Nota a margine: i banchi li riscaldi sia se studi Scienze della comunicazione sia Giurisprudenza, Fisica o Matematica. Teniamoci lontano dai luoghi comuni: se si vuole studiare si studia. Ovunque e comunque.

Un ultimo appunto: man mano altre voci si uniscono al nostro sdegno. Una la trovate qui.

 

 

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ancora lauree maltrattate

L’altro giorno ho scritto un post di getto. E, confesso, non mi aspettavo un boom di visite per una mia considerazione personale. Invece poi ho capito: non sono la sola a essere triste, dispiaciuta, indignata per quanto è accaduto, per aver visto maltrattare ancora una volta la laurea in Scienze della comunicazione.

Ci sono alcuni commenti al post. Una delle persone che ha commentato, elledielle, mi chiede di condividere una lettera aperta a Bruno Vespa; una lettera che ha scritto di proprio pugno dopo aver assistito all’ennesimo show in tv su Scienze della comunicazione.

Condivido il suo post: lo trovate qui. Condivido gran parte delle sue domande.  Mi sento di aggiungere solo qualche considerazione mia, strettamente personale.

Credo dobbiamo essere noi, laureati in Scienze della comunicazione per scelta e non per ripiego, a valorizzare il corso di laurea e a valorizzarci. Se aspettiamo che lo faccia qualcuno, moriremo disoccupati. E sono convinta sia un bene non iscrivere all’albo direttamente coloro che scelgono l’indirizzo di giornalismo, come tutti gli altri corsi di laurea. Credo sia un bene perché è fondamentale capire che Scienze della comunicazione e giornalismo sono due cose separate. Che non è studiando Scienze della comunicazione che si diventa giornalista. Che non è facendo il giornalista che si diventa comunicatori!

Ci risponderà mai qualcuno?

Io me (ce) lo auguro!

 

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Think different

Ho sempre creduto che Apple fosse uno stile di vita. Continuo a crederlo.

Oggi sono rimasta impressionata da quanto i media si siano occupati della morte di Steve Jobs.

Le sue frasi sono già nelle classifiche delle frasi più ricercate on line; il video del discorso all’Università di Stanford uno dei più visti in assoluto di Youtube.

La notizia della sua morte ha letteralmente monopolizzato l’attenzione dei media di ogni parte del mondo.

Per un attimo ho pensato di aver vissuto un momento storico: Jobs come Edison, come Meucci, Marconi…

Una cosa sarà opportuno ricordarla sempre:

Think different

 

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spazio ai giovani?

Mi ritaglio lo spazio per una considerazione breve, spontanea, doverosa e oggettiva in quanto svincolata da qualsiasi concetto politico.

Dai giornali: Mr B. ha compiuto 75 anni; il nostro Presidente si è laureato nel 1947.

Nel nostro Paese quando si comincerà a dar spazio ai giovani?

 

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dieci anni

Dieci anni. Dieci lunghi anni. Eppure sembra quasi ieri. Libro di linguistica alla mano (l’esame era oramai imminente), fui scossa dalla sigla del telegiornale in orario insolito. Edizione straordinaria. Mi avvicino alla tv e comincio ad ascoltare la notizia che oramai è storia; l’evento che ha cambiato la nostra visione del mondo e che ci ha costretto a cambiare tanto. Furono ore frenetiche, passate incredula davanti alla televisione a cercare di capire cosa fosse successo, come il mondo stava cambiando.

Dieci anni: 11 settembre 2001-11 settembre 2011.

Lontano dalla retorica, resta il ricordo di un pezzo di storia e la consapevolezza che nulla sarà più come prima.

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l’ultima macchina da scrivere

La notizia è fresca di stampa: non produrranno più macchine da scrivere. Ho aperto il giornale questa mattina e ho provato un pizzico di nostalgia e delusione nello scoprire che chiude l’ultima fabbrica di macchine da scrivere, localizzata in India. Il motivo? Quello più ovvio: non ci sono più richieste.

E’ durata poco più di centocinquanta anni la vita della macchina da scrivere, compagna unica e mitica dei viaggi e dei reportage dei giornalisti più famosi, di quelli con il coraggio, quelli che consumavano le suole delle scarpe per le notizie; quelli che sono quasi l’opposto dei giornalisti che conosciamo noi oggi.

Com’era nata la macchina da scrivere? Grazie a un novarese che l’aveva ideata per aiutare la scrittura dei non vedenti.

Credo che ognuno di noi abbia dei ricordi legati a questo leggendario strumento che fino a qualche anno fa faceva capolino su tutte le scrivanie. Anche io ne ho avuta una, anzi no, più di una. Ero stata fin da piccola affascinata dal rumore dei tasti che battono sul nastro e imprimono lettere sul foglio. Volevo scrivere anche io su quello strano aggeggio, addirittura senza saper scrivere ancora con carta e penna. Mi piaceva il rumore dei tasti, mi affascinava la forza necessaria a imprimere su carta le parole e mi faceva impazzire il cilindrino che andava a destra e a sinistra e che serviva per il famoso “a capo”. Avrei perso ore e ore a guardare qualcuno scrivere a macchina. La mia prima macchina da scrivere fu un giocattolo completamente di plastica, per bambini. Ma io volevo la macchina da scrivere vera, quella degli adulti e, di tanto in tanto, di nascosto, andavo a “rubare” quella di mio padre per scrivere davvero e non “per finta” come i bambini. Era bellissima quella macchina da scrivere, quasi come un portatile odierno, gelosamente custodita  in salotto in una valigetta beige con una striscia nera al centro e con una maniglia di plastica. Volete mettere l’emozione di pigiare i tasti e di vedere apparire come per magia i caratteri su un foglio bianco di nascosto? Poi arrivò il mio pezzo forte: la macchina da scrivere da scrivania, quella su cui ho imparato a battere testi velocemente e che è rimasta sempre nel mio cuore, anche quando l’ho sostituita al pc. Vi ricordate la fatica di scrivere un testo? E le difficoltà per cancellare? Certo, c’era il correttore, ma se poi si sbagliava tutto bisognava ricominciare a scrivere daccapo!

E pensare che proprio l’altro giorno parlavo del fatto che pare esistano pochissime persone disposte a riparare le macchine da scrivere… E adesso scopro che non ne producono più. Forse le ritroveremo nei musei, pronti a sorridere guardandole e a chiederci: ma come si poteva fare tutta quella fatica per scrivere un testo?

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generazione perduta

“Generazione perduta”. Leggo e sorrido. Un sorriso amaro, ovviamente. Perché della generazione perduta faccio parte anche io. Chi sono? I laureati, i diplomati, i dottorati e i masterizzati che sono “stretti nella morsa della precarietà e vedono andare in fumo attese e prospettive di vita” – per dirla con repubblica.it.

La Repubblica ha deciso di dare voci e nomi ai componenti della generazione perduta. Ho letto alcuni commenti e ho deciso di non proseguire. Ho scoperto che ci sono tantissime persone, anche più adulte, alle prese con le stesse difficoltà, alcuni addirittura peggio di me. E allora mi chiedo: che abbiamo studiato a fare? Per ritrovarci a scrivere delle nostre aspettative deluse? Per sognare un mondo che non c’è? O per sperare di entrare a far parte dei pochi non illusi? Le domande non sono semplici. E credo che sarà difficile dare una risposta anche solo a una di queste.

E questo post è solo una risposta a chi, non curante delle difficoltà in cui si imbatte la generazione perduta, invita i giovani a trovare un lavoro, a inviare cv, a non fossilizzarsi sui propri sogni, quasi come se questa generazione preferisse restarsene a casa comodamente seduta in divano. Ma forse è vero: a volte bisogna essere protagonisti di una situazione per capire quello che si prova. Solo i protagonisti possono capire. 😉

 

“Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho”

 

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pagare per leggere: funzionerà?

“Pagare per leggere”. E’ quello che non si fa da tempo, da quando il mondo dei media digitali e la rivoluzione del pc hanno disabituato il lettore a pagare per leggere le notizie. Il motto iniziale di questo post è un po’ una filosofia di vita che non piacerà a tutti coloro che, nel corso degli anni, hanno abbandonato la cara e vecchia copia cartacea del giornale per leggere notizie in maniera veloce, rapida e gratuita sul web, passando velocemente da una testata all’altra, senza dover necessariamente spendere almeno un euro ogni mattina. Come dire: la preghiera del mattino dell’uomo moderno è gratis, sul web, veloce e a portata di tutti.

Ma “pagare per leggere” è il nuovo motto del New York Times, che ha annunciato che da domani anche le notizie on line saranno a pagamento (saranno gratis solo venti articoli al mese). Un modo per uscire dalla crisi che attanaglia da tempo la stampa periodica e quotidiana? Un disperato tentativo di rieducare i lettori a pagare per ciò che si legge? O una semplice informazione che dice: “io ti offro un’informazione di qualità e in cambio ti chiedo un contributo”?

La giustificazione, a leggere quanto è scritto sui giornali e sulle agenzie di stampa è questa: bisogna investire nel giornalismo di qualità. E’ quanto dichiarato dall’editore ai lettori.

Ma il mio dubbio è: i lettori del NYT, da quindici anni oramai abituati a leggere gratis il proprio quotidiano on line, si convertiranno all’edizione a pagamento? O preferiranno cambiare giornale pur di non pagare i 15 dollari al mese (prezzo minimo stabilito per la lettura on line del giornale da pc)?

Non ci resta che attendere un po’ di tempo e vedere come andrà a finire. Solo così potremo testare il nuovo modello di business e solo così capiremo se e quanto siamo pronti per cambiare vita. Digitalmente parlando, s’intende! 🙂

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La vita (e lo stress) ai tempi di Facebook

Ma pensate mai a come ci ha cambiato la vita Facebook?

Una mia amica ieri mi ha ricordato per l’ennesima volta che “per me questa cosa diabolica vi rovina l’esistenza”. Io, invece, continuo a vedere i lati positivi: ti tieni in contatto con il mondo. Certo, come nella vita reale, c’è chi sbaglia, chi non usa questo strumento di comunicazione come si dovrebbe. Ma secondo voi, quelle non sono le stesse persone che commetterebbero gli stessi errori anche nella vita face-to-face?

Io non sono apocalittica da questo punto di vista. Spesso mi eclisso: osservo comportamenti, commenti, “mi piace”, pubblicazioni di link e frasi… Ma ci sono. Non potrei farne a meno oramai.

Proprio pochi minuti fa ho letto un’Ansa: noi facebokkiani saremmo in un “limbo neurotico”, come gli scommettitori: presi dalla mania di essere presenti e di ottenere qualcosa di buono e allo stesso tempo consapevoli di tutti i lati negativi.

Ah, dimenticavo: occhio, chi ha troppi amici potrebbe essere sottoposto ad ansia, tensione e stress!:-)

Buon facebook a tutti!

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