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La domenica sera

Per la categoria “le coincidenze”, ho appena finito di leggere “Cuccioli”, ultimo libro di Maurizio De Giovanni.
Perchè coincidenze? Perchè il libro termina proprio con una riflessione sulla domenica sera (oggi, per l’appunto).
Vi ripropongo giusto una frase, augurandovi buona domenica sera 😊

E alla fine se ne va, la domenica sera.
Lasciando un senso. di vuoto e di perduto, a volte. E altre volte lasciando segni indelebili sulle anime, sui cuori, perfino sulle lenti.
Perchè la domenica sera è diversa da ogni altra sera.
Perciò attenti a non finirci dentro.

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la domenica al centro commerciale

Prima o poi capita a tutti. Come l’influenza. Che quando sei sommerso di cose da fare speri arrivi anche per te, giusto per farti passare un paio di giorni di relax tra plaid, film, divano e pacconi di fazzoletti in totale relax. Invece poi quando arriva l’influenza altro che immagini da cinema: son dolori tra mal di gola, mal di testa, mal di pancia e febbre alta…
Capita a tutti almeno una volta di sognare un grande giro di shopping in uno dei centri commerciali della zona. Un sogno, poi, se sono da poco cominciati i saldi. E poiché durante la settimana – vuoi per una cosa, vuoi per un’altra – non riesci ad andarci, anche tu ti riduci alla domenica pomeriggio.
Nei sogni la domenica di shopping al centro commerciale è fatta da un gruppetto di due/tre amiche in giro per negozi, anche solo per lo sfizio di entrare e uscire dai negozi o per provare questo vestito o quelle scarpe… Sempre alla ricerca dell’affare d’oro, del capo che sognavi, che scovi tra una montagna di stand, che ti veste alla perfezione e che ha anche il 50% di sconto rispetto a quando lo avevi già notato all’inizio dell’inverno. Nei sogni c’è un tranquillo e rilassante caffè al bar con le amiche, sedute al bar in tutta calma ad aggiornarsi sulle ultime novità o a spettegolare amabilmente su questo o quello. E poi nei sogni c’è anche l’intimo ideale, quello che scovi in fondo al negozio a prezzo stracciato solo perché è quello della passata stagione (macchissenefrega).
Bene, fin qui i sogni.
Ecco la realtà.
Partenza ore 15, subito dopo pranzo. I minuti sono preziosi e se tardi anche solo di un quarto d’ora rischi di trovarti imbottigliata nel traffico assieme a quelli che al centro commerciale ci vanno per portare al pascolo bambini irrequieti che, non si sa per quale motivo, gridano come ossessi fin quando hanno un briciolo di voce in gola.
Alle 15, invece, va tutto liscio: nessuno per strada, silenzio lungo le vie che percorri. La sensazione di pace comincia a impadronirsi di te, mentre guidi sicura su strade che mai hai notato così libere da traffico e da automobili. Neanche mezzora e hai già parcheggiato. Ti avvicini all’ascensore ma noti che difficilmente riuscirai a prenderla: c’è un gruppetto di ragazzini che ci giocano. Salgono e scendono come da una giostra. E vabbè, dovranno pur divertirsi. E allora saliamo per le scale. Gradini stranamente popolati da giovani coppiette (avranno almeno 12/13 anni?). E la salita diventa un divertente dribbling. Poi la porta si apre e… tadaaaa… cinque/seicento persone assiepate al centro dell’ingresso siedono una accanto all’altra, come ipnotizzati non si capisce da cosa. Ce n’è per tutti i gusti: giovani, anziani, bambini, donne, uomini… Ma che sta succedendo? – ci chiediamo ingenuamente varcando la soglia. All’interno non vola una mosca. Presto svelato l’arcano: la partita del Napoli che va seguita in assoluto religioso silenzio. Al gol dei partenopei ho visto un padre abbandonare il figlio a piangere nel passeggino pur di non perdersi il gol!
E vabbè – ci diciamo – loro a guardare il maxischermo e noi a girare. Prima tappa: negozio di intimo. Pieno. Zeppo. Ma non erano tutti a vedere la partita? Mah. Ok, guardiamo tra i pezzi al 50%. Un calcio a destra, una gomitata a sinistra e mi faccio largo davanti allo stand, giusto in tempo per capire che ci sono tutte prima e quinta taglia. Che fortuna! Tornare all’uscita è una fatica. Uno strazio imbattersi in truppe di giovani donne che entrano scortate da truppe di altrettanti uomini che – ahimè – cominciano a fare commenti assurdi sull’intimo – da donna, ovviamente – che trovano a portata di mano. Va bene, forse è meglio uscire e cambiare negozio. Vada per l’abbigliamento. A proposito, ma come mai quel vestito che mi piaceva a inizio inverno è tra la merce non in saldo? Booom, un rumore e grida assurde. Cosa succede? Di nuovo il terremoto? No! Corriamo fuori al negozio e ci rassicurano: tutto tranquillo, ha solo segnato di nuovo il Napoli! Vabbè, cerchiamo le scarpe che ci piacevano. Niente da fare: è rimasto solo il 35 e il 41. Che fortuna! E allora andiamo in quel negozietto in cui le mie amiche trovano sempre cose carucce a prezzi stracciati. Sì, là sì. Entriamo, c’è una sola maglietta carina in offerta, una: la prendo, è la mia taglia, sarà mia. Sarebbe stata mia, se non mi fossi accorta, mentre viaggiavo spedita verso la cassa, che aveva un buco grosso quanto un dito. E vabbè, diamoci agli elettrodomestici. Entriamo, guardiamo i tablet, i telefoni, le tv… Ma davanti alle tv c’è un gruppone di persone che discutono. Sarà successo qualcosa. Andiamo a vedere che c’è. Ah, ecco: danno la partita del Napoli in tv anche qui. Bene.
Forse è l’ora del caffè. Il tempo di arrivare al bar e fare lo scontrino (ai tavoli non c’è posto) e ci tocca la fila al bancone. La partita è appena finita e tutti i calciofili brindano con il caffè. Usciamo, decise a tornare a casa per il relax. Adesso nello spazio del maxischermo ci sono le animatrici con i bambini: fanno una gara straziante a chi grida di più. Vincono le animatrici. Ma solo perché hanno il microfono e le sentono fin dal parcheggio. E il centro commerciale è diventato un enorme asilo nido, per la gioia delle mamme che siedono stremate ai tavoli e dei papà (per la verità già gioiosi per l’esito della partita).

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Domenica d’agosto

Domenica d’agosto. La temperatura sale vertiginosamente. Ferragosto è oramai alle porte. La spiaggia e il mare restano l’unica via di fuga per tutti. Anche per coloro che restano in città e organizzano una giornata al mare in modalità mordi e fuggi. “Autostrada deserta, ai confini del mare…” – cantava Antonello Venditti qualche anno fa. Mi chiedo io, oggi sempre con maggiore insistenza: ma dove cavolo andava lui visto che le strade verso il mare di domenica sono tutte, quasi tutte off limits? Capita così che la spiaggia diventi un punto di osservazione privilegiato sull’umanità. Avete mai provato a scendere in spiaggia una domenica, mettervi sotto l’ombrellone con la sdraio e anziché fiondarvi a leggere il solito quotidiano, osservare attentamente tutti i vostri vicini? Provateci!

Ci sarebbe da scrivere un post per ogni tipologia di tipo da spiaggia.

A me è capitato un ciccione talmente ciccione che ha dovuto spaparanzarsi al sole su due asciugamano messe vicine. Uno che era talmente grasso che anche da sdraiato metteva ben in vista il suo pancione. E fosse finita qui almeno. A un certo punto l’uomo ciccione ha richiamato con una sorta di urlo della foresta sua moglie – direi più o meno delle sue stesse dimensioni, rigorosamente in un due pezzi succinto che scompariva letteralmente tra il grasso – e i suoi due figli – uno magro magro e un altro iper ciccione. Si sono fiondati tutti e tre sulla battigia ed è cominciato il pranzo. Uno spuntino veloce sulla spiaggia con ogni ben di Dio. A un certo punto, l’uomo-ciccione si avvicina alla borsa frigorifero che – credetemi – assomiglia più a un frigorifero che a una borsa e sfodera una Coca cola da due litri. Ci si incolla con la bocca e beve. A seguire – non mento, lo giuro 🙂 – cominciano a bere dalla stessa bottiglia tutti i membri della famiglia, uno alla volta. Nel giro di cinque minuti, i due litri di Coca cola non esistono più. Ma c’è tempo e spazio nel frigorifero per aprirne un’altra e riprendere a bere di nuovo, con lo stesso metodo. C’è poi la cricca di coloro che credono di assomigliare vagamente all’uomo della pubblicità Light Blue D&G (di cui ho abbondantemente parlato in passato) che si presentano in spiaggia con costumi succinti, pance al vento, pettorali tutt’altro che scolpiti e con tatuaggi di ogni tipo, dimensione e misura.

C’è, poi, il gruppo di quelli che credono di essere finiti in una palestra. Ed è per questo che cominciano subito a giocare a pallone. Prima dalla spiaggia al mare, poi solo a mare e poi sulla spiaggia per la grande gioia di chi è in spiaggia solo per riposare. Ovviamente, sarebbe opportuno precisare che spesso la discendenza di questo tipo di persone viene lasciata a pascolare in acqua tutta la giornata. E non sempre con ottimi risultati. C’è chi rischia di annegare da un momento all’altro, tra le risate grasse dei genitori e chi, invece, allieta il bagno delle persone presenti in spiaggia: a parecchi di loro, infatti, i genitori non hanno ancora spiegato la differenza semantica ed etimologica tra le parole nuo-ta-re e schiz-za-re! 😀

Forse è tutto per ora. Buona estate! 😉

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una domenica particolare (www.paganese.it)

Siamo stati abituati male. Abbiamo creduto tutti, anche chi non lo dava a vedere, che un miracolo in fondo sarebbe stato sempre possibile. Lo ha immaginato perfino chi è arrivato allo stadio con aria da pessimismo mascherata di realismo.

“Qua oggi non ci sta niente da fare!” – sono parecchi quelli che lo hanno detto nell’atto di sedersi al solito posto, rispolverando i soliti rituali scaramantici. In fondo anche il pessimismo è sembrato essere a tratti una scaramanzia oggi.

Siamo stati inguaribili ottimisti nel pensare che la retrocessione diretta sarebbe stata scongiurata. D’altronde, anche quello più scettico, sul gol di Radi – quando si è diffusa anche la notizia, rivelatasi poi infondata, del vantaggio del Ravenna sul Monza – ha pensato che la missione era quasi a portata di mano. Abbiamo ipotizzato che la retrocessione potesse essere solo un brutto sogno. E ci siamo svegliati dal torpore con il gol di Radi, con l’urlo liberatorio, con l’abbraccio al vicino di posto e con le telefonate di gioia. Scene che ci hanno ricordato, per la forza dell’emozione e l’impeto della gioia, quelle di qualche anno fa, le immagini dell’ultima promozione: ironia della sorte.

Siamo stati inguaribili sognatori nello sperare un risultato diverso dal pareggio tra Monza e Ravenna e nel credere fino all’ultimo secondo in un raddoppio della Paganese, magari proprio allo scadere dei minuti regolamentari, quando tutto sarebbe sembrato ancora più impossibile e più crudele.

Adesso ci tocca tornare alla realtà e fare i conti con un presente amaro, forse uno dei più amari degli ultimi tempi. Con una realtà che sembra lontana anni luce dalle gioie delle ultime promozioni, così vicine, così sentite, così belle, così particolari. Servirà tempo per rendersi conto della realtà, rimboccarsi le maniche e andare avanti.

In fondo quella di oggi, nonostante la grossa delusione che ci portiamo dentro, sarà comunque una domenica particolare: quella da raccontare nei prossimi anni magari quando – perché no? – potremo festeggiare il ritorno in prima divisione.

Allora sì che ci sarà una domenica da raccontare, magari con il sorriso sulle labbra, ricordando un giorno buio per la Pagani sportiva e per la sua stella che, speriamo, tornerà presto a splendere.

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una domenica particolare (www.paganese.it)

Doveva essere la gara dai quattordici spettatori in tribuna, stando alle infelici dichiarazioni rilasciate agli organi di stampa locali da Barilli, presidente della Reggiana. E’ stata la partita della vittoria, di un secco due a zero contro una mai veramente incisiva Reggiana.

Barilli, evidentemente, si era sbagliato; non doveva temere quattordici spettatori ma quattordici giocatori, tanti quanti sono sembrati in campo, nel secondo tempo, i ragazzi in maglia azzurro-stellata, primi su ogni palla, quasi assatanati, determinati e vincenti come non mai. E’ stato come se la Paganese avesse giocato con tre uomini in più rispetto al solito.

Un secondo tempo favoloso per intensità e per emozioni. Determinata, arrembante, concreta, vincente: sembrava la squadra che tutti avremmo voluto sempre vedere all’opera.

Il motivo per fare di questa domenica una domenica particolare c’è: questa è una data importante. Con la vittoria contro la Reggiana, gli azzurro-stellati agguantano al penultimo posto il Monza che, ad oggi, condivide con la Paganese la triste posizione di ultima in classifica con diciannove punti all’attivo. Insomma, è la domenica della vittoria, di un due a zero che mancava da tempo, dell’aggancio del Monza; ma è anche e soprattutto una domenica in cui cominciamo a pensare che il traguardo dei playout, quello che continua a sembrare un miracolo, non è poi tanto lontano.

Firmano la vittoria Tortori, oramai beniamino dei tifosi locali, e Urbano, che festeggia con una rete la nascita della sua bambina Aurora. Tornano gli applausi al “Marcello Torre”, torna la soddisfazione sui volti di chi solitamente soffre sugli spalti, di chi per novanta minuti si lascia da parte tutto il resto del mondo per concentrarsi solo ed esclusivamente sulla Paganese.

Alla fine vanno tutti via accennando un sorriso: si soffre, ma si può continuare a sperare. D’altronde, si sa, la speranza – anche in casi estremi – è l’ultima  a morire. Allora avanti il prossimo, con la consapevolezza che in fondo il nostro ennesimo miracolo è solo dietro l’angolo.

(www.paganese.it)

 

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una domenica particolare (www.paganese.it)

I motivi per fare del giorno del derby una domenica particolare ci stanno tutti. Si gioca al “Marcello Torre” una partita particolarmente attesa e definita a rischio per via degli incidenti dell’andata. Si gioca senza la tifoseria ospite per ovvi motivi di ordine pubblico, e senza i supporter azzurrostellati che decidono di non entrare e di restare per tutta la partita, come in una sorta di presidio, all’esterno dello stadio.

Si gioca con un incredibile dispiegamento di forze dell’ordine fuori dal “Marcello Torre” e lungo il perimetro della città, apparsa blindata fin dalla prima mattinata, con un elicottero che presidia il territorio e che ti ricorda che si gioca il derby tra la città capoluogo e la cittadina di provincia. Si gioca con un freddo pungente e con una pioggerellina sottile ma insistente, che sembra far irrigidire ancora di più la temperatura, oltre a rendere ancora più pesante il terreno di gioco. La Paganese insiste, si mostra propositiva, va vicinissima al gol in più di un’occasione; in qualche circostanza la porta sembra stregata, sotto effetto di chissà quale incantesimo che vieta al pallone di attraversare la linea bianca anche a portiere oramai battuto.

Non c’è niente da fare per gli azzurro-stellati: il gol, che avrebbe regalato una vittoria che latita da troppo tempo, non arriva. Finisce in parità, a reti inviolate, una delle partite più attese della domenica calcistica. Ma è un pareggio che fa tornare la voce alla Paganese. E’ un pareggio che ha la voce del solito vulcanico Capuano, che si presenta in sala stampa soddisfatto della prestazione, e deciso come non mai a non mollare. La sua filosofia oramai la conosciamo: “Se il destino è contro di noi, peggio per lui”.

Vogliamo crederci; dobbiamo crederci ancora!

(www.paganese.it)

 

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una domenica particolare (www.paganese.it)

C’è chi sostiene che l’anno nuovo cominci con una data precisa, netta: il primo gennaio; chi crede che l’anno nuovo inizi al ritorno dalle vacanze estive; e c’è chi l’anno nuovo lo vede sì a gennaio, ma alla prima occasione utile per mettersi alla prova. E per la Paganese è proprio così: l’anno nuovo è cominciato contro il Pavia, il 9 gennaio, a otto giorni esatti dall’inizio del 2011, alla prima prova del nove.

I motivi per fare del 9 gennaio 2011 una domenica particolare questa volta ci stanno tutti. C’è la volontà di cominciare un anno con il piede giusto, c’è la voglia di riscatto, la curiosità dei tifosi di vedere all’opera i famosi rinforzi che sono arrivati a Pagani mentre eravamo intenti a mangiare e a brindare: insomma, è proprio una domenica particolare. Lo dimostrano anche le presenze, lievemente in salita rispetto all’ultima disarmante esibizione casalinga del 5 dicembre.

Com’è andata? Beh, è andata con una Paganese che sul campo avrebbe meritato qualcosa in più in termini di risultato, con una squadra che finalmente conquista un punto dopo tanti risultati negativi, con una serie di occasioni sprecate anche grazie all’ottima prestazione da “paratutto” del portiere avversario.

Gli azzurrostellati hanno conquistato il pareggio a cinque minuti dalla fine, temendo seriamente di non riuscire a guadagnare un punto neanche contro il Pavia. Il timore di perdere la gara c’era, come negarlo; ma c’era anche la convinzione che il pareggio – risultato minimo per come si erano messe le cose in campo – sarebbe arrivato: una sconfitta sarebbe stata veramente troppo!

E’ finita poi, ancora una volta, con una sala stampa desolatamente vuota: la Paganese continua per la strada del silenzio stampa. Soluzione che, consentitemelo, credo serva a poco. Non si fa altro che incrementare la ridda di voci, indiscrezioni, sussurri, di detto-non detto. Come se la colpa dei risultati negativi fosse della stampa che segue quotidianamente le gesta degli azzurrostellati.

E allora, in assenza di voci ufficiali per conto della Paganese, conviene chiudere con un’affermazione/consiglio del tecnico del Pavia a fine gara; una frase da riciclare in salsa azzurro stellata che servirà sicuro in tutto il 2011: “Bisogna non mollare mai”!

(http://www.paganese.it)

 

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una domenica particolare (paganese.it)

Ci sono novanta  minuti paralleli a quelli che si giocano in campo ogni domenica. Sono i novanta minuti di chi la partita la sente, non la gioca. E sono quelli che non passano mai, quelli interminabili, quelli che solo se le cose vanno bene volano via subito; quelli che se le cose vanno male ti costringono a guardare l’orologio in continuazione. I novanta minuti d’orologio sono sempre gli stessi; si dilatano e si restringono però a seconda delle situazioni e degli stati d’animo.

Una partita che matematicamente ha sempre la stessa durata e che, a seconda delle emozioni, diventa infinita o troppo breve. Novanta minuti “sentiti” in maniera diversa tra chi li gioca e chi li vive dagli spalti o, peggio ancora, da lontano. Sono i momenti dei riti scaramantici che non cambiano mai, che si ripetono nei minimi dettagli fino a scandire ogni singolo secondo della gara. Sono i momenti infiniti che poi esplodono al termine della gara con gli applausi, i fischi, le imprecazioni.

I novanta minuti di oggi sono finiti con i fischi dagli spalti. Novanta minuti di sofferenza. Una sconfitta, la prima in casa, e una squadra che chi tiene veramente alla Paganese non vorrebbe mai vedere così. Fischi di disapprovazione per una prestazione tutt’altro che esaltante e per “salutare” anche la prima sconfitta casalinga di questo campionato, proprio quando la striscia di risultati positivi in casa sembrava rincuorarci dopo le sconfitte esterne, nella convinzione che “stiamo tranquilli, i punti per la salvezza li conquisteremo tra le mura amiche”.

Non vedevamo da tempo tante persone che abbandonano anzitempo le gradinate dello stadio. Il secondo gol del Pergocrema, a cinque minuti dalla fine del tempo regolamentare, ha rappresentato un po’ la chiusura anticipata della gara.

Dopo, la Paganese non ha avuto la forza né il coraggio neppure per accorciare le distanze.

C’è il tempo per riflettere su cosa non ha girato per il verso giusto, per riflettere sugli errori e “per dimenticare questa domenica” – come ha suggerito negli spogliatoi il tecnico Palumbo.

La settimana riprende: c’è il tempo per smaltire la delusione e per prepararsi ai prossimi novanta minuti, con la speranza che siano di gioia!

(www.paganese.it)

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domenica pomeriggio

Assaporiamo la domenica. Una domenica di calcio, di relax, di stadio, partite, amici, risate e – perché no? – anche di sogni, magari legate a una schedina.

Da tempo non sceglievo una pausa musicale per il jukebox del blog.

Credo che questa oggi vada più che bene. A me trasmette belle emozioni: il ricordo delle domeniche di una volta, quando il calcio non era spalmato lungo tutta la settimana e una vincita con la schedina – non la bolletta – era il sogno di tutti, me compresa (che anche da bambina sognavo la villa con piscina al mare e un megayacht per le vacanze. Ah, il Monopoli: ha inguaiato la mia esistenza!) 😛

Buon ascolto!

 

con un’aria trasognata
lemme lemme nella sera
se ne va
fischiettando …
la schedina l’ha giocata
sos dieci anni che lui spera
e che ci sta riprovando

un motorino per Maria
due mesetti in Val Gardena
una casa piena
di comodita’
se pareggera’ il Cesena
una villa con piscina
la schedina con la mente lui rifa’ …

1 X X 2 1 X 1 X 1 1 2 1 X

nella strada tutto solo
fa uno slalom tra i lampioni
e la citt_’
sta in ciabatte
e la luna su nel cielo
stropicciandosi gli occhioni
si fa gia’
color latte

quel francobollo dell’Angola
che gli ha sempre fatto gola
un corredo di lenzuola
per Liu’
e se segnera’ Mazzola
una bella barca a vela
e la mente vola
e non si ferma piu’ …

1 X X 2 1 X 1 X 1 1 2 1 X

2 1 X
chissa’?
se va bene …
2 1 X

con quell’aria trasognata
passa avanti alla portiera
‘buona sera regioniere!’
la schedina l’ha giocata
e per una volta ancore
questa sera

puo’ spersre
e sale in fretta gli scalini
col fiatone quattro piani
c’e’ un odor di maccheroni
col ragu’ …

si dimentica Antognoni
da un bacetto ai suoi bambini
e ai milioni
non ci pensa piu’ …

1 X X 2 1 X 1 X 1 1 2 1 X

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una domenica allo stadio

Ho sempre pensato che il calcio fosse uno sport particolare, capace di trascinare le folle; uno sport magico per certi versi. Uno sport che coinvolge non solo gli sportivi di professione, calciatori, dirigenti e allenatori; uno sport che coinvolge e stravolge le vite di persone normalissime, che vanno avanti una settimana intera rigidamente impostati ognuno nei propri ruoli sociali, che poi la domenica allo stadio mettono da parte la loro maschera per diventare tifosi. Eh sì, perché il tifoso è per definizione uno che non ragiona; una persona razionale in tutto che, però, per la propria squadra del cuore mette da parte ogni barlume di razionalità. E’ un po’ come un innamorato che non vuole sentire ragioni: la donna amata proprio non si tocca; e guai a farle un torto.

Lo stadio di domenica è un palcoscenico su cui si esibiscono le persone più diverse tra di loro che, però, in quella circostanza sono tutte uguali, senza differenze: tutte accomunate da una sola passione.

Allo stadio, di domenica, ci sono personaggi di tutti i tipi: veraci, professionisti, operai, donne e bambini. Le differenze, appena entrano in campo ventidue uomini in calzoni corti ed un pallone, si annullano. Esiste solo: “Tu stai con loro o con noi?”.

In un campo di provincia, poi, dove ci si conosce tutti, e dove si vive una favola che per i più ha il sapore di un sogno da cui non ci si vuole svegliare, la domenica ha ancora un sapore più particolare.

Ci si rivede per rievocare i vecchi tempi, le vecchie glorie della squadra, per chiacchierare di uno o di un altro… Ovviamente solo fino a quando le squadre non entrano in campo. Per novanta minuti e passa non si hanno occhi se non per quello che succede all’interno del rettangolo verde, fa niente che dagli spalti piovono le imprecazioni più disparate: quello che conta è vincere. Eh sì, perché il tifoso è per definizione anche insaziabile. Il tifoso è uno che non si rende conto dei limiti della propria squadra; se fosse per lui, la squadra del cuore, dalla prima categoria, potrebbe vincere addirittura la Champions League. In fondo il tifoso è così: un passionale; la ragione conta poco.

E poi, in ogni stadio che si rispetti, ci sono i personaggi: tifosi come gli altri che si distinguono dalla massa per qualche motivo.

Capita così di imbattersi nel tifoso-giornalista, quello che, in barba a ogni etica professionale, nel corso della radiocronaca in occasione del gol lancia un urlo che neppure Tarzan avrebbe saputo fare di meglio; c’è quello che getta a terra il microfono in occasione di una rete degli avversari; e chi si limita semplicemente a imprecare contro l’arbitro (da sempre, come per definizione, “venduto” se la partita non va per il verso giusto).

Capita di imbatterti anche nell’ex dirigente o calciatore di turno, che non perde occasione per ricordarti che “quando c’ero io…”, e via con una serie di aneddoti infiniti, con racconti che si perdono lungo il labile confine tra realtà e fantascienza.

Poi c’è il tipo più strano che, proprio nel più bello di un’azione, non perde l’occasione per ricordarti che la Juve vince, l’Inter perde, il Milan pareggia… e via con un improbabile elenco di tutte le squadre del mondo di cui a te non interessa minimamente; ma lo ascolti perché anche questo fa parte delle emozioni e del divertimento di una domenica allo stadio.

E cosa dire della razza più temibile, il tifoso/professionista che non vuole sentire ragione: tu gli chiedi un fatto che ha una certa importanza, e lui via a sciorinare tutte le azioni non concretizzate, pronto a etichettare avversari e arbitro nei modi più improbabili…

Non c’è niente da fare: una domenica allo stadio così non ha prezzo. E’ un pomeriggio che offre infiniti spunti di riflessione e di divertimento. E poi, a fine gara, tutti a casa mentre si discute ancora. Una nuova settimana è alle porte e, con la fine della giornata, termina anche la domenica da tifosi. Si è di nuovo pronti a ricominciare una vita “normale”.

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