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ironia, grammatica e giornalisti

Post ad alto contenuto di ironia. Se qualcuno dovesse sentirsi offeso è pregato di non continuare nella lettura. L’episodio è parzialmente ispirato a una storia vera (parzialmente, non del tutto). Ma gli errori, quelli sì, vi garantisco che sono reali. Io ci rido su, per ora. Non mi resta altra arma. 🙂

Ricevo una richiesta di contatto da parte di un sedicente giornalista. Non lo conosco. Mi incuriosisco e, prima di accettare, vado a sbirciare tra le sue “cose” on line. E scopro una serie di informazioni:
– il “nostro” giornalista si dice un “jornalist” (ok, un errore, un refuso, ci può sempre stare. Fa nulla che è nella presentazione);
– posta foto che lo ritraggono come giornalista fashion (ok, uno mica deve essere per forza in giacca e cravatta perennemente?!);
– scrive un “pò” esattamente così (e non si è capito come faccia, visto che solitamente finanche il correttore automatico di word ha capito che si scrive con l’apostrofo);
– sbaglia gli accenti: la “è” diventa “é” e viceversa (ma ci può stare, è un errore passabile);
– scrive “mà” con l’accento;
– scrive, credo regolarmente retribuito, per una buona testata giornalistica.
Quindi: o quello che mi ha inviato la richiesta di contatto è un fake, o lui si diverte a scrivere solo on line in maniera sgrammaticata. O forse io non ho mai capito niente. Quale sarà la giusta soluzione al dubbio? Una sicura: per ora non accetto! 😀

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ecco perché il giornalismo è alla frutta

«Il pagamento serve proprio a garantire la massima trasparenza, così si capisce che uno non simpatizza per nessuno. Se un giornalista invece va a fare interviste gratis, non saprei dire perché lo fa. È tutto talmente chiaro che non vorrei aggiungere nient’altro».

Quando si dice l’etica e la deontologia professionale…!
Dopo aver letto questa intervista (quella da cui ho tratto lo stralcio iniziale di questo post), sono sempre più convinta di una cosa: siamo alla frutta. Come giornalisti, come cittadini e come Paese intero.
Amara constatazione della domenica sera: fino a quando ci saranno persone – e credetemi sono la maggioranza – che la pensano così, noi “duri e puri” non andremo mai da nessuna parte.

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il mio primo articolo?

Credo sia stato uno dei miei primissimi articoli.

1992. Poco meno di dieci anni, macchina da scrivere, qualche errore e due grandi passioni: il giornalismo e la Paganese.

Che tenerezza! 🙂

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pagare per leggere: funzionerà?

“Pagare per leggere”. E’ quello che non si fa da tempo, da quando il mondo dei media digitali e la rivoluzione del pc hanno disabituato il lettore a pagare per leggere le notizie. Il motto iniziale di questo post è un po’ una filosofia di vita che non piacerà a tutti coloro che, nel corso degli anni, hanno abbandonato la cara e vecchia copia cartacea del giornale per leggere notizie in maniera veloce, rapida e gratuita sul web, passando velocemente da una testata all’altra, senza dover necessariamente spendere almeno un euro ogni mattina. Come dire: la preghiera del mattino dell’uomo moderno è gratis, sul web, veloce e a portata di tutti.

Ma “pagare per leggere” è il nuovo motto del New York Times, che ha annunciato che da domani anche le notizie on line saranno a pagamento (saranno gratis solo venti articoli al mese). Un modo per uscire dalla crisi che attanaglia da tempo la stampa periodica e quotidiana? Un disperato tentativo di rieducare i lettori a pagare per ciò che si legge? O una semplice informazione che dice: “io ti offro un’informazione di qualità e in cambio ti chiedo un contributo”?

La giustificazione, a leggere quanto è scritto sui giornali e sulle agenzie di stampa è questa: bisogna investire nel giornalismo di qualità. E’ quanto dichiarato dall’editore ai lettori.

Ma il mio dubbio è: i lettori del NYT, da quindici anni oramai abituati a leggere gratis il proprio quotidiano on line, si convertiranno all’edizione a pagamento? O preferiranno cambiare giornale pur di non pagare i 15 dollari al mese (prezzo minimo stabilito per la lettura on line del giornale da pc)?

Non ci resta che attendere un po’ di tempo e vedere come andrà a finire. Solo così potremo testare il nuovo modello di business e solo così capiremo se e quanto siamo pronti per cambiare vita. Digitalmente parlando, s’intende! 🙂

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informazione, privacy e diari…

Stiamo toccando il fondo. E non per un solo fatto di cronaca. Delle volte ho la sensazione che, al di là di tutto quello che succede, il livello dell’informazione nel nostro Paese sia troppo basso. E finisco spesso per sentirmi fuori dal mondo. Non mi riferisco alle vicende che stanno occupando in questi giorni le prime pagine dei giornali; oggi la mia attenzione si è fermata su un fatto di cronaca, il delitto di Sarah e sulla brutta storia di Avetrana. Come se non bastasse tutto il caos mediatico che è stato fatto su questa vicenda, oggi, mentre apro internet per leggere le ultime notizie, mi imbatto addirittura nella pubblicazione scannerizzata del diario della povera Sarah. Gli inquirenti bastano e avanzano; perché un giornalista deve pubblicare il diario di una ragazza e farlo leggere a tutti? Ci sarà un minimo diritto alla privacy anche da morti? Vorrei già solo intenderlo come “right to be left alone”, almeno per i defunti. Ma soprattutto mi chiedo con insistenza: ci sarà mai pace per questa ragazzina?

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la notizia in diretta

Il caso – a mio avviso – è da manuale di giornalismo. Ti arriva la notizia in diretta, devi verificarla ancora; che fai?

Su Federica Sciarelli, conduttrice di “Chi l’ha visto?” – trasmissione che mercoledì sera era in diretta dalla casa del mostro di Avetrana – si sono sprecati fiumi di inchiostro in questi giorni. I termini dell’etica e della deontologia dell’informazione sono finiti sulla bocca di tutti, anche su quella di chi non ti saresti mai aspettato, magari proprio da chi quotidianamente calpesta ogni morale e poi finisce in tv a fare la “paternata” a una che la giornalista la fa, e anche bene.

Ma torniamo al dubbio di fondo: ti arriva la notizia in diretta, che fai? La dai senza verificarla? Io ho visto tutta la trasmissione. Dopo tre secondi ho ammirato subito l’umanità e allo stesso tempo la professionalità con cui la Sciarelli non ha dato la notizia, chiedendo verifiche, sperando in un contatto dei carabinieri che potesse smentire o confermare le dimensioni di una tragedia che stava affiorando pian piano.

Mettiamoci nei panni del giornalista di una trasmissione – non un talk show, ricordiamolo; una trasmissione che si occupa di scomparsi e di ritrovamenti. Ti hanno autorizzato la diretta dalla casa del mostro, quando la verità non era ancora venuta fuori; hai come ospiti la madre della povera ragazza uccisa, gli amici, la figlia dell’orco. Improvvisamente arrivano le notizie che tu, cronista scrupoloso, non avresti mai voluto dare. Ma sei in diretta. Non puoi dare la notizia in pasto a tutti: c’è la madre in collegamento e il rispetto delle persone viene prima di tutto. Non puoi non dare la notizia: sei in diretta e il fatto è già sui giornali on line, dopo alcuni lanci di agenzia. Resta tutto nelle mani del giornalista e della sua discrezionalità. Chiedere di telefonare ai carabinieri, cercare conferme nei familiari, attendere l’ufficialità. Minuti interminabili. La notizia viene fuori solo con l’inquadratura della prima pagina di un giornale on line che già ha dedicato l’apertura alla news.

Io, ma è un’opinione personalissima, credo che sarebbe stato difficile conciliare meglio le esigenze emerse in diretta nel corso della trasmissione: il rispetto della madre e delle persone coinvolte e il diritto/dovere all’informazione. La faccenda non è semplice, non mette tutti d’accordo. Ma ho sentito tante, troppe critiche nel corso di questi giorni.

Ai fautori del blackout, a quelli che mi hanno detto “sì, però poteva staccare il collegamento” io ricordo che quello non era un salotto televisivo, un talkshow. “Chi l’ha visto?” ha come argomento le scomparse e i ritrovamenti. Che giornalista sarebbe la Sciarelli se avesse deciso di chiudere la trasmissione per evitare problemi? Certamente, per me, sarebbe stata una che non è all’altezza del suo ruolo: sarebbe fuggita dalle responsabilità e dalla missione della sua trasmissione.

Io ho un’idea molto chiara: la colpa di tutto quello che è successo va alle forze dell’ordine. E non è solo per scaricare colpe sugli altri o per fare la morale. Siamo nella società dell’informazione e non si può permettere che una madre sappia la verità sul conto della figlia dai cronisti. Una telefonata alla famiglia di Sarah avrebbe evitato tutto questo caos. O magari maggiore accortezza nel non far trapelare le informazioni. Io sono dell’avviso che o non si fa sapere niente o le prime persone che vanno avvisate sono i familiari, non i cronisti. Come si può avvisare prima un giornalista e poi un familiare?

La mia non è una difesa spietata dell’informazione, sia chiaro. Anzi, segnalerei per “dovere di cronaca” il servizio di ieri pomeriggio di Studio Aperto sempre sullo stesso caso: un servizio basato interamente sul filmato del matrimonio di una delle cugine di Sarah in cui la ragazzina è ritratta in alcune immagini assieme allo zio/orco. Mi chiedo e vi chiedo: dov’è in questo caso l’essenzialità e l’utilità sociale dell’informazione? Questo sì che è un giornalismo che spettacolarizza e rimesta nel torbido pur di fare audience. “Chi l’ha visto?” mercoledì ha solo confermato di essere tv verità.

 

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che calore!

Fa caldo. Inutile girarci attorno, creare metafore o parlarne a lungo. Stiamo attraversando uno dei periodi più caldi dell’anno. Questo, almeno, lo sappiamo tutti. Ne parlano i tg da un bel po’ di tempo; a dire il vero non fanno altro che parlarne.

Piove a luglio? E’ l’estate più piovosa.

Non ci sono temperature altissime? E’ un’estate fredda e la gente non va a mare e si parla di crisi del turismo balneare.

Fa caldo? Si apre il tg con l’allarme caldo per anziani e bambini.

Ma possibile che in Italia non ci siano notizie più serie?

Ed è possibile che i tg debbano trasformarsi e appiattirsi principalmente sulle previsioni del tempo?

Mah!

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Silenzio!

Oggi anche il mio blog prende la strada del silenzio. Un silenzio che spinge a parlare e a riflettere. Una riflessione personale, profonda, non necessariamente riconducibile a un blog, sul tema delle intercettazioni e della libertà di stampa.

Non faccio politica nè intendo farne. Il blog aderisce allo sciopero perché sento di farlo, perché credo che la libertà di stampa non possa avere vincoli o censure. Già ce ne sono troppe, credetemi!

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smascheriamo il giornalismo

C’è sempre qualcosa che ci spinge a essere masochisti. E’ semplice: se una cosa è difficile da raggiungere o, peggio ancora, se, una volta raggiunta, è difficile da vivere, uno normale ci rinuncia. Noi esseri umani no. O meglio: noi giornalisti (o aspiranti tali) no.

E’ il fascino delle cose inimmaginabili, delle missioni impossibili, delle sfide… Chiamiamolo come volete, ma secondo me c’è sempre un po’ di sano masochismo dietro.

Il perché di queste considerazioni?

I dati resi noti dall’Ordine dei giornalisti di recente (ricerca “Smascheriamo gli editori”) dimostrano meglio di qualsiasi altra cosa le contraddizioni di questa professione. Giornalisti sfruttati e malpagati, ma sempre convinti che quella sia la strada giusta – aggiungerei io. Caparbi in fondo. Di quella caparbietà che poi ti viene da ammirare se la guardi dall’esterno. Chi, d’altronde, è talmente tanto deciso a entrare in un mondo sempre più precario e con sempre meno prospettive future? I giornalisti, quelli di oggi e quelli di domani.

Sapevo per mie esperienze personali e per le chiacchiere con alcuni miei colleghi che il mondo del giornalismo fosse fatto di sacrifici, grossi sacrifici: si scambia la notte per il giorno, si passano notti insonni, si lavora più di ogni altro e con responsabilità non indifferenti, trascurando amicizie e affetti. La gavetta è tra le più dure a mio avviso: passi anni in una redazione in attesa del tuo turno,o di qualcuno che si accorga di te per agguantare il fantastico praticantato e poi continui a fare quel lavoro, continui a mantenere quei ritmi serrati anche da professionista. Perché il giornalismo è così, come una droga: quando ci stai dentro diventa difficile uscirne, disintossicarti; ti scorre nelle vene come la più insana passione e ti spinge a trascurare tutto e tutti.

Sapevo di tutti questi sacrifici, dicevo, ma ignoravo (ahimè, devo ammetterlo) i dati che sono emersi dalla ricerca “Smascheriamo gli editori”: giornalisti free-lance sfruttati, malpagati e testate che neanche ti aspetti che non pagano i collaboratori… Lo scenario di un’editoria in crisi (che bello: finalmente, dopo essermi sentita ripetere mille volte questa frase, ora la ripeto anche io a qualcuno!). Uno scenario che mette tristezza e che, a mio avviso, dovrebbe scatenare una indagine sociologica su quanti aspirano a diventare giornalisti con questi dati di fatto.

Pessimista? No, realista! 🙂

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vendonsi tesserini :-(

Che fosse diventato troppo facile diventare giornalista è risaputo. Tanto facile diventarlo quanto difficile trovare lavoro dopo. Che si arrivasse a vendere addirittura un tesserino da pubblicista, onestamente, è un fatto che mi disgusta. La notizia (“Come ti vendo il tesserino da giornalista”) è stata pubblicata oggi dal Fatto. Lascio a voi la lettura dell’articolo e delle truffe, stanate dal Coordinamento dei giornalisti precari della Campania.

Al mio blog affido le considerazioni.

La principale? A rischio di sembrare eversiva, delusa, controcorrente, io sostengo che l’anomalia principale sia proprio l’esistenza dell’Ordine dei giornalisti. Se l’Ordine non è in grado di tutelare noi giornalisti e quelli che aspirano a entrare in questo mondo, sempre più colmo di aspiranti e sempre più affascinante, che esiste a fare?

Ok, ok: dovrebbe esserci anche la Federazione che completa il quadro, che è un nostro sindacato… Ma quanto serve? Nella mia seppur breve esperienza non sono mai stata tutelata né dall’Odine né dalla Federazione, pur versando annualmente la retta di iscrizione e pur avendone avuto bisogno in un paio di occasioni.

E poi, in un Paese in cui vige la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, in cui nasce quotidianamente un numero imprecisato di blog e di testate che si prefiggono di fare informazione, a cosa serve il vincolo dell’iscrizione all’Ordine? Se questo vincolo non esistesse, si uscirebbe facilmente dal vicolo cieco dei corsi a pagamento che offrono il tesserino di pubblicista e dai giornali che sfruttano all’inverosimile milioni di giovani aspiranti cronisti, trattenuti in redazione (e non) dalla promessa di un tesserino che DOVREBBE costituire il lasciapassare in un mondo, quello dell’informazione, che alla prima possibilità ti sbatte le porte in faccia. Un settore saturo, reso ancora più saturo dai professionisti delle scuole di giornalismo che finiscono nelle redazioni per un periodo di stage e che vengono usati per sostituire i giornalisti in ferie. Ovviamente, ma forse questo è superfluo dirlo, a costo zero.

E non mi venite a dire che l’Ordine tutela la qualità dell’informazione, l’etica e la deontologia. Sono solo belle parole; teorie su cui mi sono applicata da sempre e che mi hanno sempre affascinata. Teorie che rischiano di farti avere una sonora risata in faccia se ne parli a chi fa informazione a livello locale. E poi, come si può tutelare l’etica e la deontologia dell’informazione se si permette di vendere i tesserini?

Lo spunto di questa notizia è stato fatale: mi ha costretto a esprimere le opinioni che covano da sempre in me e che difficilmente vengono fuori, se non quando mi arrabbio. Mi arrabbio perché io questa professione l’amavo davvero. Speravo da sempre, fin da bambina, di diventare giornalista. Mi sono fermata a metà, al tesserino di pubblicista. Mi sono fermata perché mi sono resa conto che il mondo dell’informazione che sognavo era lontano anni luce della realtà. Ero e sono idealista, io!

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