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ecco perché il giornalismo è alla frutta

«Il pagamento serve proprio a garantire la massima trasparenza, così si capisce che uno non simpatizza per nessuno. Se un giornalista invece va a fare interviste gratis, non saprei dire perché lo fa. È tutto talmente chiaro che non vorrei aggiungere nient’altro».

Quando si dice l’etica e la deontologia professionale…!
Dopo aver letto questa intervista (quella da cui ho tratto lo stralcio iniziale di questo post), sono sempre più convinta di una cosa: siamo alla frutta. Come giornalisti, come cittadini e come Paese intero.
Amara constatazione della domenica sera: fino a quando ci saranno persone – e credetemi sono la maggioranza – che la pensano così, noi “duri e puri” non andremo mai da nessuna parte.

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festeggiare il lavoro? oggi? mah!

Avvertenza per i naviganti e per i lettori: probabilmente questo post risulterà impopolare per la maggioranza di voi; demagogico per qualcun altro; folle e senza senso per altri.

Che senso ha la festa del lavoro nel 2012? Che senso ha festeggiare questa giornata in un momento così particolare e delicato per la nostra Italia?

“La Festa del lavoro o Festa dei lavoratori è una festività celebrata il 1º maggio di ogni anno che intende ricordare l’impegno del movimento sindacale ed i traguardi raggiunti in campo economico e sociale dai lavoratori”.

Che traguardi abbiamo raggiunto, aggiungendoli a quelli storici, per festeggiare questa giornata?

Forse c’è bisogno di elencare alcune delle notizie che leggiamo sui giornali solo nei giorni che precedono il 1° maggio:

1. Allarme Onu, disoccupazione al 9,7%

2. I giovani che “neet” (che non lavorano, non studiano e non frequentano corsi di formazione) hanno raggiunto quota 1,5 milioni

3. Situazione lavoro allarmante. I dati del 2008 raggiungibili solo nel 2016 (e, aggiungo io, non è che nel 2008 si stesse particolarmente bene!)

Tutto questo senza dimenticare il triste capitolo delle morti e degli incidenti sul lavoro, il lavoro nero (una vera e propria piaga della società che colpisce ogni settore), e tutti i suicidi degli ultimi tempi, imputabili in qualche modo alla situazione disperata economica e lavorativa assieme.

Mi fermo qui. E’ solo un elenco, assieme a tante altre cose non dette, degli elementi per cui ritengo che in questo 1° maggio ci sia veramente poco da festeggiare. Ma tanto, veramente tanto, su cui riflettere.

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freddo e neve

Fa freddo. Nevica. Grandina. Dai media piovono notizie utili, di servizio, relative al traffico, alle precipitazioni nevose, alle strade chiuse, ai morti per freddo.

Non chiedo di cancellare le brutte notizie relative al freddo di questi giorni. Ma una domanda me la pongo: il sano stupore, quello classico dei bambini, del risvegliarsi e trovare un Paese pieno di neve esiste ancora? La gioia di vedere una coltre bianca dove il giorno prima c’era il verde o i fiori della primavera quasi alle porte. Le risate di chi improvvisa un pupazzo di neve dove sono?

 

 

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lauree maltrattate, riepiloghiamo

Per dovere di cronaca, credo sia giunto il momento di fare il punto della situazione.

Mi rendo conto che gli ultimi due post hanno portato un numero di visitatori su questo blog che non avrei immaginato negli ultimi tempi.

Sto gironzolando on line perchè ho scoperto – grazie alle ricerche con cui molti di voi sono arrivati fin qui e grazie ad alcuni vostri commenti – che non sono l’unica indignata per il trattamento che le nostre lauree ricevono oramai da anni in televisione (e non solo!).

A questo punto credo sia opportuno fare un breve riepilogo della situazione prima di tornare a parlare di altro.

Chi è che parla male di Scienze della comunicazione? Io non sto davanti alla tv 24 ore su 24. E, ahimè, ho assistito dal vivo solo a qualcuna di queste “esibizioni”. Allora ho cercato di fare il punto della situazione on line. Spero di esserci riuscita. Se dimentico qualcuno o qualcosa, abbiate la bontà di farmelo presente.

– Qualche giorno fa ci ha pensato il ministro del welfare, Sacconi, a spendere “una parola buona” per i laureati in Scienze della comunicazione. Lo ha fatto a “Porta a porta”, come riporta questo blog. Ma in realtà ho scoperto che le sue opinioni su questo corso di laurea le aveva espresse già qualche annetto fa in un’intervista a L’Espresso.

– Lo scorso gennaio il ministro Gelmini a “Ballarò” parla di Scienze della comunicazione come laurea inutile. Qui c’è un articolo che spiega come sono andate le cose in trasmissione. Io questa puntata non l’ho vista. Purtroppo.

– La settimana scorsa Giampaolo Pansa fa le condoglianze in studio a “La vita in diretta” a una ragazza che racconta di essersi laureata in Scienze della comunicazione. Posso testimoniare io: questa volta ero davanti alla tv. In ogni caso, si parla di ciò che è accaduto in studio anche su questo forum.

– E’ lo stesso Pansa che in un articolo pubblicato da Libero parla di brividi nel vedere ragazzi che si iscrivono a Scienze della comunicazione per fare i giornalisti o gli addetti stampa (ma chi lo ha detto che questa facoltà serve solo a questo?)

Poi mi imbatto in questo pezzo di Vittorio Zambardino e mi chiedo: ma vuoi vedere che questo scetticismo intorno al nostro percorso di studio è solo colpa nostra? 😦

Credo sia tutto. Mi auguro quantomeno che l’elenco si fermi qui. Sono troppo ottimista? Sì e no.

Sapete come la penso? Facciamo qualcosa di concreto, va bene: tuteliamoci, facciamo in modo che non si parli più male di noi. Ma allo stesso tempo, diamoci da fare e dimostriamo sul campo quanto valiamo.

Nota a margine: i banchi li riscaldi sia se studi Scienze della comunicazione sia Giurisprudenza, Fisica o Matematica. Teniamoci lontano dai luoghi comuni: se si vuole studiare si studia. Ovunque e comunque.

Un ultimo appunto: man mano altre voci si uniscono al nostro sdegno. Una la trovate qui.

 

 

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Think different

Ho sempre creduto che Apple fosse uno stile di vita. Continuo a crederlo.

Oggi sono rimasta impressionata da quanto i media si siano occupati della morte di Steve Jobs.

Le sue frasi sono già nelle classifiche delle frasi più ricercate on line; il video del discorso all’Università di Stanford uno dei più visti in assoluto di Youtube.

La notizia della sua morte ha letteralmente monopolizzato l’attenzione dei media di ogni parte del mondo.

Per un attimo ho pensato di aver vissuto un momento storico: Jobs come Edison, come Meucci, Marconi…

Una cosa sarà opportuno ricordarla sempre:

Think different

 

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spazio ai giovani?

Mi ritaglio lo spazio per una considerazione breve, spontanea, doverosa e oggettiva in quanto svincolata da qualsiasi concetto politico.

Dai giornali: Mr B. ha compiuto 75 anni; il nostro Presidente si è laureato nel 1947.

Nel nostro Paese quando si comincerà a dar spazio ai giovani?

 

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Il movimento APP (Anti Power Point)

L’argomento – devo ammetterlo – nonostante l’ora tarda, stimola parecchio la mia curiosità. Parliamo di Power Point. Ricordate le lezioni più assurde delle materie più noiose all’università? Qual era il loro tratto distintivo? Io lo ricordo benissimo: le presentazioni in Power Point! Le lezioni con le presentazioni erano sostanzialmente divise in due categorie: quelle con delle slide infinite, che a leggerle dall’ultimo banco c’era bisogno del binocolo; e quelle delle slide tanto sintetiche che sintetizzavano perfino i titoli dei paragrafi. E ricordate le sfacchinate per stampare tutte le slide da studiare in vista degli esami? La mia stampante – ve lo confessa – ricorda tutto nei minimi dettagli!

Volete mettere il fascino di una lezione trasmessa dal prof che parla entusiasta della propria materia con quella di chi si limita a leggere – e se vi va bene a integrare – delle noiosissime slide?

Bene, adesso apprendo che in Svizzera hanno addirittura creato un movimento che si chiama Anti Power Point Party e che si propone di “frenare il tempo perso nell’economia, nell’industria, nella ricerca e nelle università”. Io sono d’accordo. E voi?

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cosa fareste con un milione di sterline?

Cosa mettereste nella lista dei desideri in caso di vincita milionaria? Io la domanda me la sono sempre posta. Da ieri ho letto il Corriere e ho visto che la mia domanda bizzarra se l’è posta anche qualcun altro che l’ha posta a tante altre persone. I risultati sono i più disparati ma, a detta del giornale, servono a categorizzare ancora una volta differenze tra uomini e donne.

A dire il vero, la mia personalissima lista dei desideri non si cura delle differenze di genere e prende in maniera trasversale “sogni” maschili e femminili. Devo dire che forse, a differenza della maggior parte delle donne coinvolte nel sondaggio, non spenderei mai un occhio della testa per un diamante Tiffany (specie se dovesse essere un auto-regalo) ma mi lascerei tentare senza dubbio dal fascino di uno yacht, di una villa in Toscana o di un attico a New York.

Ecco, per chi fosse proprio super curioso, la mia lista della spesa se – malauguratamente dico io – dovessi vincere un milione di sterline.

  1. Mega villa con piscina in un paese di mare neanche troppo conosciuto per evitare noie
  2. Mega yacht con tanto di marinaio a bordo per girare dove mi pare senza troppi problemi
  3. Mega villa in montagna (luogo ancora da individuare)
  4. Appartamento al centro di Roma
  5. Giro del mondo

Mica tanto, no?

E  voi? Quale sarebbe la vostra lista dei desideri in caso di vincita milionaria?

 

Chiudo con una frase emblematica per l’argomento trattato:

“Felicità non è desiderare ciò che non si ha, ma desiderare ciò che si ha”

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l’ultima macchina da scrivere

La notizia è fresca di stampa: non produrranno più macchine da scrivere. Ho aperto il giornale questa mattina e ho provato un pizzico di nostalgia e delusione nello scoprire che chiude l’ultima fabbrica di macchine da scrivere, localizzata in India. Il motivo? Quello più ovvio: non ci sono più richieste.

E’ durata poco più di centocinquanta anni la vita della macchina da scrivere, compagna unica e mitica dei viaggi e dei reportage dei giornalisti più famosi, di quelli con il coraggio, quelli che consumavano le suole delle scarpe per le notizie; quelli che sono quasi l’opposto dei giornalisti che conosciamo noi oggi.

Com’era nata la macchina da scrivere? Grazie a un novarese che l’aveva ideata per aiutare la scrittura dei non vedenti.

Credo che ognuno di noi abbia dei ricordi legati a questo leggendario strumento che fino a qualche anno fa faceva capolino su tutte le scrivanie. Anche io ne ho avuta una, anzi no, più di una. Ero stata fin da piccola affascinata dal rumore dei tasti che battono sul nastro e imprimono lettere sul foglio. Volevo scrivere anche io su quello strano aggeggio, addirittura senza saper scrivere ancora con carta e penna. Mi piaceva il rumore dei tasti, mi affascinava la forza necessaria a imprimere su carta le parole e mi faceva impazzire il cilindrino che andava a destra e a sinistra e che serviva per il famoso “a capo”. Avrei perso ore e ore a guardare qualcuno scrivere a macchina. La mia prima macchina da scrivere fu un giocattolo completamente di plastica, per bambini. Ma io volevo la macchina da scrivere vera, quella degli adulti e, di tanto in tanto, di nascosto, andavo a “rubare” quella di mio padre per scrivere davvero e non “per finta” come i bambini. Era bellissima quella macchina da scrivere, quasi come un portatile odierno, gelosamente custodita  in salotto in una valigetta beige con una striscia nera al centro e con una maniglia di plastica. Volete mettere l’emozione di pigiare i tasti e di vedere apparire come per magia i caratteri su un foglio bianco di nascosto? Poi arrivò il mio pezzo forte: la macchina da scrivere da scrivania, quella su cui ho imparato a battere testi velocemente e che è rimasta sempre nel mio cuore, anche quando l’ho sostituita al pc. Vi ricordate la fatica di scrivere un testo? E le difficoltà per cancellare? Certo, c’era il correttore, ma se poi si sbagliava tutto bisognava ricominciare a scrivere daccapo!

E pensare che proprio l’altro giorno parlavo del fatto che pare esistano pochissime persone disposte a riparare le macchine da scrivere… E adesso scopro che non ne producono più. Forse le ritroveremo nei musei, pronti a sorridere guardandole e a chiederci: ma come si poteva fare tutta quella fatica per scrivere un testo?

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generazione perduta

“Generazione perduta”. Leggo e sorrido. Un sorriso amaro, ovviamente. Perché della generazione perduta faccio parte anche io. Chi sono? I laureati, i diplomati, i dottorati e i masterizzati che sono “stretti nella morsa della precarietà e vedono andare in fumo attese e prospettive di vita” – per dirla con repubblica.it.

La Repubblica ha deciso di dare voci e nomi ai componenti della generazione perduta. Ho letto alcuni commenti e ho deciso di non proseguire. Ho scoperto che ci sono tantissime persone, anche più adulte, alle prese con le stesse difficoltà, alcuni addirittura peggio di me. E allora mi chiedo: che abbiamo studiato a fare? Per ritrovarci a scrivere delle nostre aspettative deluse? Per sognare un mondo che non c’è? O per sperare di entrare a far parte dei pochi non illusi? Le domande non sono semplici. E credo che sarà difficile dare una risposta anche solo a una di queste.

E questo post è solo una risposta a chi, non curante delle difficoltà in cui si imbatte la generazione perduta, invita i giovani a trovare un lavoro, a inviare cv, a non fossilizzarsi sui propri sogni, quasi come se questa generazione preferisse restarsene a casa comodamente seduta in divano. Ma forse è vero: a volte bisogna essere protagonisti di una situazione per capire quello che si prova. Solo i protagonisti possono capire. 😉

 

“Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho”

 

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