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“Sai che ti dico? Io ti blocco su Facebook”, cronaca di una esecuzione digitale :D

Anzi, sai che ti dico? Io ti blocco proprio pure su Facebook!“.

Voi siete lì, guardate perplessi il vostro interlocutore, in attesa che prima o poi appaia da qualche parte il cartello con la scritta “Sei su scherzi a parte“. Poi il cartello non esce da nessuna parte e la conversazione termina con grande meraviglia da parte vostra. Meraviglia fino a un certo punto. Perché poi continuate a pensare che la storia del “ti blocco pure su Facebook” sia in qualche modo una battuta poco felice che voi magari – sì, proprio voi che su certe cose riflettete all’infinito – non avete saputo cogliere.

Ma no, un momento: quella minaccia era reale. In voi il dubbio oramai si è insinuato un poco. E allora tornando a casa, dubbiosi e curiosi come siete, partite subito con la ricerca e – toh! – “pagina al momento non disponibile“. Un momento. Che significherà mai? Significa che siete stati bloccati. Direttamente, senza passare dal via. Senza giri di parola. E quella non era una battuta e non era neanche una minaccia (di cosa poi?). Esattamente no: quello è il modo di pensare del vostro oramai ex interlocutore.

Benvenuti nell’epoca della democrazia digitale o dell’idiozia dei social network (a voi la scelta!). In tempi di “se mi lasci ti cancello“, esiste anche questo: l’eliminazione digitale. Come per dire: sì, tu esisti; io però vorrei non esistessi. E allora sai che faccio? Ti blocco e fingo che tu non sia mai esistito. Una esecuzione social, la definirei. Una debolezza, a mio avviso. Un sistema di agire che denota chiaramente insicurezza e abuso del potere di blocco (che dovrebbe essere utile per cose serie, non certo per chi non la pensa come voi!).

Poi c’è chi non te lo dice. Ti blocca e basta. E tu magari te ne accorgi dopo mesi, se non addirittura anni. E sai quando te ne accorgi? Quando vi incontrate di persona e dopo una serie di convenevoli e saluti di circostanza, l’interlocutore è talmente stupido da essersi dimenticato del blocco. E allora ti dice: “ma tu non hai letto il mio commento su Facebook?” No, io il tuo commento su Facebook non lo vedo proprio. Come mai? Torni a casa, ricerca rapida e –  toh! – anche in questo caso “pagina al momento non disponibile“. Ma allora tu pure mi hai bloccato? E perché mai? E soprattutto: sei tanto stupido da non ricordarti che mi hai bloccato o tanto stronzo da volere che me ne accorga?

E allora, miei cari lettori, chiudiamo il post con un minuto di raccoglimento per tutti coloro che prima o poi ci hanno bloccato (con o senza preavviso). 😀

Non perdete tempo a pensare “perché”. A volte, più delle spiegazioni, bastano i gesti!

Ps. Il post è ad alto contenuto ironico. Se qualcuno dovesse sentirsi offeso è pregato di non leggere e/o quanto meno di sapere che i fatti non si riferiscono a eventi realmente accaduti.

 

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l’idiozia ai tempi dei social network

Foto: francescoamato.com

Foto: francescoamato.com

Era da tempo che non vi annoiavo con acidi commenti sulle mode, sulle tendenze o – peggio ancora – sulle solite attitudini della maggior parte delle persone che popola oggi il mondo reale e virtuale.
Poi stamattina mi sono imbattuta in un post sulla bacheca di un’amica. È un post che mi ha illuminato e mi ha fatto capire che non sono la sola acida-intollerante-antipatica che critica determinati atteggiamenti. E allora ve lo riporto qui, giusto per condividerlo con voi e per fare anche quattro commenti, oltre che altre quattro critiche agli stili di vita moderni, a margine.
La pagina Facebook “Le perle di Pinna” (premetto che non si tratta di pubblicità subliminale: non so chi sia Pinna e fino a cinque minuti fa ignoravo la sua esistenza) pubblica quanto segue.

“Appena vi fidanzate lo annunciate su Facebook e non pubblicate altro che foto assieme, frasi melense e aforismi di Prevert, il tutto condito da cuoricini, bacini e fiorellini.
Poi vi lasciate e pubblicate solo massime su quanto è bello essere single, racconti in cui sputtanate i vostri neo ex e foto recenti di voi in palese coma etilico intitolate “Bella la vita da single” o “Gli amici sono tutto per me, la vodka pure”. Per non parlare degli status-frecciatina in cui narrate di una felicità inesistente perché state morendo di nostalgia ma volete far credere a tutti di essere forti, rinati e tremendamente indipendenti.
Dopo due settimane circa trovate un nuovo “grande amore”, mollate gli amici (che erano tutto fino a ieri) e ricominciate a fracassare le palle con foto, video e cuoricini, seguendo lo stesso identico iter fino allo sfinimento.
Ma tipo non vi sentite idioti?”

Ecco… Io lo chiedo a voi: non si sentono idioti? Io mi sento tale anche solo a leggere ‘ste cose! E queste erano esattamente un paio di cose che avevo sulla punta della penna e della lingua da qualche mesetto. Ma poiché mi spiace essere scambiata per una giovane acidula fanciulla ho tenuto le considerazioni per me e le ho lasciate a poche amiche fidate.
Io, a margine del commento, visto che oramai – come ripeto spesso – i social network erano anche una cosa utile in partenza ma adesso sono andati a finire “man ‘e sciem”, propongo un minuto di silenzio (uno per ognuno) per coloro che:
– ti cancellano da Facebook e Twitter per cancellarti dalla loro vita. Pensano di farlo perché confondono il reale con il virtuale e se tu non sei più on line secondo loro non esisti più;
– lanciano frecciate a destra e a manca a prima mattina, appena scendono dal letto. Mi spiace che appena alzati ce l’abbiano con il mondo intero. Per loro un sincero “stai calm”;
– condividono a raffica le foto delle vacanze e ti mandano saluti da ogni parte del mondo con foto disarmanti. Sono capaci di mandarti i saluti anche da sotto casa loro… Ma se ci troviamo per strada e non mi saluti nemmeno?!;
– condividono status poetici sbagliando, oltre che i testi, anche l’italiano. Spieghiamo agli aspiranti letterati che condividere citazioni – anche sbagliate – sui social network non è simbolo di intelligenza;
– ti avvisano anche quando sono in bagno. Ma non smettono di twittare e postare sull’andamento della situazione…

Adesso basta, mi fermo qui. Ma sono sicura che i minuti di silenzio sarebbero ancora molti.
Perché il silenzio? Perché può essere l’unica risposta davanti a certi atteggiamenti!

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sul matrimonio in bianco e nero

zankyou

Foto: zankyou.it

Consentitemi uno sfogo momentaneo su un argomento insolito: i matrimoni e i preparativi di matrimonio.
Una premessa fondamentale prima di proseguire nella lettura: l’argomento non mi interessa né mi tocca da vicino. Ma il fatto è stato troppo scioccante e non posso che condividerlo con i miei soliti tre lettori, che forse oramai si sono appassionati alle mie puntate sulla moda e sulle tendenze.
(E forse proprio il fatto che io difficilmente mi diletti a seguire la moda vi fa capire perché perdo tanto tempo – e tante parole – a ironizzare sull’argomento).
Ok, veniamo al dunque…
Ma voi avevate mica idea di un matrimonio colorato solo di bianco e nero? Sì, avete capito bene: con arredi, addobbi, vestito della sposa, confetti, mazzetto di fiori… (e chi più ne ha più ne metta) tutto nero?!?!
Io no.
Anzi, vi dirò di più.
Quando ho visto le prime vetrine con vestiti da sposa in bianco e nero ho creduto di essermi persa qualche passaggio, di non aver capito che forse quel vestito non era per un matrimonio… O chissà cos’altro.
E poi?
Poi torno a casa e digito su Google le parole “matrimonio in bianco e nero”.
Sapete cosa scopro? Che è la tendenza dell’anno! Ma come? Un matrimonio in bianco e nero? Ma a voi piacerebbe? Credo che la visione del vestito da sposa in bianco e nero abbia capovolto una delle mie due convinzioni sul cosiddetto giorno del sì. Poi internet ha capovolto anche la seconda: ho visto perfino gli inviti in bianco e nero, in perfetto stile manifesto funebre.
Ok, forse è anche vero che il nero sarebbe ideale nella ricerca perfetta di originalità e di personalizzazione che – vedo, anche in tv – caratterizza oramai tutti gli sposi prossimi al giorno del sì. Ma se il matrimonio è una favola (come ci hanno sempre insegnato le fiabe da quando eravamo piccole), le favole mica sono colorate di nero?!?

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sui cappotti a mezza manica

SALDI NEGOZI MILANO

Foto: giornalettismo.com

Sabato pomeriggio in giro per negozi. Siamo a metà febbraio e tutti – dico tutti – siamo a caccia dell’affare dell’anno. Anche nei negozi superchic che mostrano in bella vista cartelloni mega galattici con la scritta “saldi al 70%”. Credetemi: davanti a quella scritta non c’è nulla che tenga. Donne di ogni ceto sociale e di ogni età si fondano letteralmente nel negozio, scavando tra la montagna di vestiti, facendosi largo a spintoni tra le altre donne assiepate intorno agli stand, a caccia di quel capo chic che costi poco e “faccia la sua figura” (cit. una mia amica).
Negozio chiccoso. Entro per far da spalle ad altre persone. Guardo i cappotti. Ce ne sono di carini e a prezzi tutto sommato accessibili. Ma io – qui lo dico e qui lo nego – 300 euro per un cappotto al 70% non li spenderei. Accanto a me si fanno largo due donne. Visibilmente mamma e figlia. La figlia sosta davanti allo stand accanto a me. Tira fuori un cappottino color cammello a mezza manica.
– “Ma’, vir chis comm è bell” (traduzione per i non napoletani: “Mamma, ma guarda che bel cappottino“)
– “Oi Carme’, ma t piac over?” (T.: “ti piace davvero, Carmela?”)
– “Ma’ chist si mo’ mett p gghi llà scass tutt cos” (T.: “Mamma, se indossassi questo cappottino per quella cerimonia farei davvero una bella figura“).
La mamma acconsente. La fanciulla prova il cappotto e… toh … la madre scopre che trattasi di cappotto a mezza manica.
– “Carme’ ma che è sta cos ‘re manich?” (T.: “Carmela, a mamma, come mai le maniche sono corte?“)
– “Oi ma’ chill s port assaje accussì. Chill si m’o’ ver Marija ncuoll schiatt” (T.: “Mamma, è la moda di quest’anno. E se in quell’occasione, indossando questo cappotto, dovesse vedermi Maria… beh… morirebbe di invidia“)
La mamma si volta verso di me e mi fa: “Tanta sord p nu cappott che un so’ mett p sta cave e po’ c mancn pur e manich. Ij sti cos n’è capisc proprio” (T.: “Questo cappotto costa tanto e poi non ci sono neanche le maniche. Ma i cappotti non servivano a stare caldi?“).
Non ho il coraggio di rispondere. Sorrido ed esco. Ma in fondo la signora non aveva ragione? 🙂

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tipi da facebook 2.0

Foto: aciclico.com

Foto: aciclico.com

Dovevo resistere: lo avevo promesso e me lo ero promessa. Ma poi non ho resistito per la seconda volta. I tipi da Facebook sono troppi e allora ecco un altro piccolo elenco, di quelli che mi sono resa conto di aver tralasciato nell’ultimo post.
Il leone da tastiera. Dietro lo schermo del pc, tastiera alla mano, è un leone. Pronto a insorgere contro tutti e contro tutto. Solo al pc. Nella vita normale si trasforma e diventa un agnellino. Sulla tastiera batte parole che compongono vere e proprie offese o vere e proprie dichiarazioni. Mai confermate di persona. Quando lo incontri hai la sensazione di aver letto cose scritte da altri. Ma vuoi vedere che il leone da tastiera ha qualcuno a casa che scrive e agisce per lui?
Lo smemorato. È l’amico del liceo o delle scuole medie che, appena sbarcato su Facebook, ha chiesto l’amicizia all’intera classe. On line non fa altro che ricordarti episodi che forse ha appuntato sul quaderno per quanto sono vivi nella sua memoria. Non disdegna inviti a pizzate e caffè collettivi. Ma se lo incontri per strada non ti saluta. Forse non ti riconosce. Ma no, non è possibile: su Fb c’è la foto. E allora vuoi vedere che la foto è tanto diversa da come siamo realmente?
L’aspiranti fotomodello. Uno che – come si dice dalle mie parti – è su Facebook per spararsi le pose dalla mattina alla sera. La mattina si alza apposta per fotografarsi. In varie pose, in vari luoghi. All’appello manca solo il bagno. Cioè no: il bagno c’è, lo si intravede dallo specchiomentre l’aspirante fotomodello è in posa davanti allo specchio. Una volta davanti allo specchio del bagno si era soliti fare barba e capelli. Oggi si fa il selfie (e su questo vi rimando qui). Perché in fondo l’aspirante fotomodello adora avere un fotografo e una reflex a disposizione. Ma non disdegna il magico mondo del selfie.
Il maniaco del cibo. Facile individuarlo: posta piatti, bicchieri e ciotole pieni dalla mattina alle 7 fino a quando va a dormire. Fotografa l’impossibile per postarlo su Facebook. Ma la sua piattaforma preferita resta Instagram con l’hashtag #foodporn. Gli scatti ritraggono piatti succulenti comprati e realizzati con le sue manine d’oro. Restano ore e ore in linea ma offline per vedere chi cliccherà “mi piace”.
Il polemico. A lui non sta bene niente. Né una cosa, né il suo contrario. È polemico per definizione. E ha una caratteristica: i problemi non tende a risolverli. Forse non ci tiene neanche a cambiare le cose. Se le cose cambiassero davvero, lui smetterebbe di fare polemica. E che senso avrebbe poi la sua vita?
L’onnipresente. Vi aggiorna su tutto quello che fa ogni ora. È solito esordire la mattina presto con un “buongiorno mondo. Mi sono appena alzato. Ora vado a fare colazione”. Ecchissenefrega, direste voi. In fondo è proprio così. Non gli risponde nessuno ma lui continua. Dopo la colazione annuncia la doccia, poi che va a rifare il letto, poi che va a lavoro, poi che si sta scocciando a lavoro… insomma, una vita sotto i riflettori del popolo di Facebook.
Lo scrittore. Le nuove tecnologie hanno peggiorato per certi versi il genere umano. La possibilità di stampare e pubblicare libri è dietro l’angolo per tutti. E lo scrittore è colui che, avendo sognato successo per anni, dopo essere riuscito a stampare uno di quei libri autoprodotti, si autopromuove dalla mattina alla sera su Facebook. Che poi nei post di autopromozione non sia capace di unire correttamente soggetto, predicato e complemento… beh… quello è solo un dettaglio. O forse una licenza poetica da scrittore 🙂

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Tipi da Facebook 1.0

facebook-friends-3211Un post volevo scriverlo già giorni fa. Poi la mia tendenza alla non omologazione mi aveva portato a trattenermi. Un post sui dieci anni di Facebook no, mi ero detta: ne stanno parlando troppo, tutti e dappertutto. Se mi ci metto pure io…
Poi, vi confesso che stamattina non sono riuscita a trattenermi: gli spunti sono troppi. E allora via anche all’omologazione: non ci posso fare niente se sull’argomento mi va di scrivere.
Ebbene sì, dieci anni fa è cambiata la nostra vita. In meglio o in peggio? Difficile a dirlo. Ci sono fatti, vicende di cronaca, storie, amori, situazioni che forse senza l’ausilio della diavoleria di Mr Zuckerberg neanche sarebbero nate. Io però non sono un’apocalittica (e se qualcuno ha avuto il coraggio di leggermi fin qui se ne sarà accorto): se un fatto doveva avvenire sarebbe avvenuto comunque. Anche i social media sono solo delle nostre protesi tecnologiche. Il problema – e lo ripeterò anche fino alla nausea – è l’uso che se ne fa. C’è gente che si maschera dietro i social network per fare ciò che nella vita normale mai farebbe. Sono quelli che si fanno schermo con Facebook per dire/fare cose che nel quotidiano sono abbastanza lontane dal proprio modo di essere. È come se l’intermediazione del computer a volte ci desse una forza in più: per parlare, per attaccare, per prendere posizione, per dichiararci…
Ma ne abbiamo viste e sentite in anni di Facebook. Io mi sono divertita a inquadrare alcuni tipi di personaggi. Li esploriamo assieme? 😉

Il poeta. Quello che nella vita normale manco sa chi è Shakespeare ma su Facebook è un dio della poesia. Condivide a manetta frasi sensate – e per il suo modo di essere è già tanto – di poeti contemporanei e non, saltando con grande semplicità da un secolo all’altro della letteratura
Il filosofo. Nella vita normale sai che per ogni occasione ti dispensa un consiglio che non è frutto del suo sacco ma di proverbi antichi. Il filosofo mantiene intatta la propria personalità anche su Facebook. Alla voce “a cosa stai pensando?” scrive due/tre volte al giorno con una precisione maniacale i proverbi della nonna, lanciando zeppate a destra e a manca.
Il Facebook-addicted. Quello del “ma se ci frequentiamo perché non lo hai scritto su Fb?”. Semplice la risposta; difficile ficcargliela in testa. L’esemplare in questione inonda la sua bacheca e quelle altrui con foto, post, tag e geotag di improbabili feste a cui ha partecipato, per la gioia dei suoi amici virtuali. Il Facebook-addicted è solito anche cancellarti dalla sua schiera di amici virtuali nel momento in cui pensa di volerti cancellare dalla propria vita. A quel punto un solo dubbio lo assale: cancello o blocco?
L’esistenzialista. Nella vita comune è un normale individuo. Su Facebook è un depresso. Posta link tristissimi, è cupo, deluso dalla vita e dal mondo intero. È solito postare status con tre puntini sospensivi che, nella sua idea, dovrebbero lasciare intendere al mondo intero la sua tristezza inconsolabile.
Il genitore. Quello che impazzisce talmente tanto per il proprio bambino, grande o piccolo che sia, da postare anche foto del fanciullo mentre è sulla tazza del bagno. Puoi passare serate intere a spiegargli che questa cosa di postare foto di minori on line non va bene. Lui ti guarda, acconsente, ti dice “hai ragione, ma questi sono proprio matti”. Poi torna a casa e pubblica altre foto di suo figlio. La logica è semplice: le foto dei minori no, quella di mio figlio sì. Il suddetto esemplare è solito annunciare al mondo Fb la nascita del proprio pargolo con tanto di foto e annuncio in grande stile, dopo aver mostrato al mondo alcune ecografie durante la gravidanza. Manca solo il video del parto e poi siamo al completo!
Il maniaco. In senso buono, si intende. Al maniaco solitamente piace tutto. Tutto. Tutto quello che postate, scrivete, fotografate. A volte siete tentati di scrivere cose orribili o di postare foto che fanno schifo (usiamo un eufemismo!). E poi con grande stupore scoprite che gli piace anche quello. È maniaco in senso buono perchè gli piace tutto di tutti. Il suo “mi piace” è come sentirsi parte del mondo, gridare al mondo “anche io esisto e approvo quello che ha scritto costui”. È mania di protagonismo. A modo suo, s’intende. Molto a modo suo.
Il cretino. È colui che ti chiede l’amicizia. Un perfetto sconosciuto. Se accetti ti tampina in chat con un “ciao, scusa, ti posso conoscere” (senza neppure il punto interrogativo. Evidentemente dalle sue parti non si usa!). Se non lo accetti fa la stessa cosa. Solo che il suo messaggio finisce nello spam. Ma non è colpa sua. È il cretino della strada in versione 2.0 che anziché sfrecciare in moto o sghignazzare per strada con le amiche alla ricerca del pollo/a di turno, si è spostato on line. Meno fatica e ancora meno originalità. Ahiahiaia
Il persecutore. Uomo o donna che sia, è la razza peggiore che circola on line. Sempre per la logica per cui un “no” on line ad alcuni sembra molto più soft di quello off line. Sono amici, uomini, donne o semplici conoscenti. Gente che non vedi da una vita. Gente che ti ripesca su Fb e ti tratta come una vita fa. Perseguitandoti con inviti a cena – magari anche nella nuova casa in città che divide con moglie e pargoli -, cinema, a vedersi, a prendersi un caffè. E dopo un “no”, si ricomincia. Ma, cavoli, ci sarà un motivo se uno in tanti anni si era perso di vista e mai più risentito?!

Basta, sto diventando troppo prolissa. Forse continuerò l’elenco. Anzi no, lancio la sfida ai miei amici di blog: chi più ne ha più ne metta!
Intanto, meglio precisare che ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale. Avrete capito che su questo blog non parlo mai dei fatti miei! 😉

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un inverno (quasi) scalzi

Foto: style

Foto: styleandbound.com

Consentitemi di dedicare cinque minuti e quattro parole a quella che deve essere una moda del momento: le scarpe da ginnastica senza calzini con le caviglie al vento. A febbraio, si intende. La moda deve essere proprio questa: indossare con nonchalance le scarpe da ginnastica estive (ai piedi di qualcuno ho notato addirittura le Superga di tela) senza calzini né calze, con la caviglia bene in vista.
Sono sincera: quando ho visto la prima persona mi sono quasi commossa. Si sa, c’è la crisi, e ho pensato che forse a quella ragazza i genitori proprio non potevano comprare i calzini né un paio di scarpe invernali. Ma la mia teoria non reggeva: le scarpe erano firmate; troppo firmate perchè quella ragazza non potesse permettersi i calzini. Poi, in un istituto superiore, quella ragazza era seguita a ruota da un’altra che indossava le stesse scarpe e allo stesso modo. Dopo la seconda, ho visto sempre lì la terza e via così… fino a capire che la maggioranza delle ragazze vestiva allo stesso modo. Poi ho visto che anche per i ragazzi cambia poco: anche loro portano le scarpe così.
Ai miei tempi – ed ecco che comincio con le mie full immersion nel passato manco avessi 300 anni – non si poteva uscire di casa se non con gli stivali, rigorosamente impermeabili… Insomma, tipo alluvionati, anche se fuori c’era il sole e tu sognavi di sfoggiare quelle ballerine comprate nei saldi. Quelle no, quelle – ai miei tempi – erano per la primavera inoltrata!
Allora mi chiedo e vi chiedo: ma freddo no? Non lo sentono? A me basta avere un centimetro scoperto tra lo stivale e la gonna per diventare gelida nonostante le calze doppie e i calzini di lana… E loro? Loro stanno a caviglie nude in giro con la neve? E quando piove? I piedi e le scarpe non si inzuppano come i frollini discount appena li tuffi nel latte? Qualcosa non quadra!
Ah, l’ultima stamattina: scarpe gialle di tela, caviglia scoperta, con pantalone stretto-stretto, rigorosamente modello capri. Io le guardo i piedi, sconvolta, lei se ne accorge e mi guarda schifata dalla testa ai piedi. Lei indossa sneakers, jeans, maglietta di lana e uno striminzito giubbotto sottile. Io: due maglie, un pantalone di flanella, gli stivali, le calze, i calzini di lana, una sciarpa, il cappello e il piumino più pesante che conosca. Ci volevano scritturare per un catalogo. Collezione estate-inverno. 🙂

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il magico mondo del selfie

selfie-cane-638x425Oggi vi parlo del selfie. Sì, lo so, sono arrivata con un anno di ritardo: il Corriere ha decretato il selfie la parola dell’anno 2013. E oggi siamo nel 2014. Proprio per questo io mi/vi chiedo: se è la parola del 2013 perchè oggi – e siamo nel 2014 – non smette nessuno di fotografarsi come un cretino davanti allo specchio e di postare le immagini più assurde e orribili della storia sui social network?
Inizialmente pensavo di aver visto qualcuno troppo masochista: sono brutto, mi fotografo e mi metto sui social network. Ok, forse un po’ troppo masochista; dietro ci sarebbe stata una logica assurda; ma che male c’è?
Poi ho notato che anche personaggi in vista del mondo dello spettacolo adorano il selfie. E poi alcuni brutti non sono.
Poi ho scovato anche la mia vicina di casa: un giorno – tra un cinguettio e l’altro… tadaaaa… noto un suo tweed. Un suo raro tweet. Lei è una che non twitta mai. Appartiene alla categoria di persone che sono sui social network solo per prendere appunti sulla vita degli altri. Quando vedo un suo tweet quasi mi meraviglio. Allora corro a leggerlo. Sarà forse il primo. Mi collego e scopro che il tweet ha degli hashtag e rinvia a Instagram. Che sarà mai? Un suo autoscatto allo specchio!!!
E allora mi sono rassegnata (forse ho solo capito come va il mondo e me ne sono fatta una ragione): va bene, è questione di moda. Ma – dico io – una moda migliore no?
No, ed ecco che poi oramai – dopo i vip e dopo i primi e timidi precursori – tutti hanno cominciato a fotografarsi da soli e a postare le proprie foto on line.
Sono stati avvistati perfino anziani e cani nel fantastico mondo del selfie. E allora, via: tutti davanti allo specchio, con lo smartphone a scattare le foto più strane della storia fotografica italiana. Via alle smorfie più assurde, quelle che involgariscono perfino un dolce visino e quelle che fanno sembrare deficiente anche un novello Einstein. Perché? Perché in fondo il selfie si porta e nessuno più sa farne a meno.

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principi poco azzurri

1Si torna a parlare di principi. Per poco, non vi preoccupate.
Davanti a un aperitivo fruttato si parla del più e del meno e poi spunta una domanda impertinente.
– Ma secondo te, se al momento clou il principe azzurro, al posto di prenderti e portarti via sul cavallo bianco, prende il cavallo e se ne va che significa?
– Se ne va dove?
– Ti lascia, si mette sul cavallo e se ne scappa dopo averti fatto credere che era azzurro.
– Che sòla: non era azzurro! 😀

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amaro caffè macchiato con zucchero di canna

Mattina piovosa al bar. Ordino un caffè macchiato.
Il cassiere del bar: 90 centesimi. Bene, c’è stato l’aumento. Prima lo pagavo 80. O forse pago “la macchia” di latte.
Passo al bancone: “Un caffè macchiato, per cortesia”.
La barista, tutt’altro che gentile e cortese, mi guarda schifata e comincia a prepararlo.
Io prendo lo zucchero di canna dal bancone e lo metto nel piattino in attesa del caffè.
La prima barista schifata mi porge il caffè con aria di sufficienza.
Arriva la seconda barista, altrettanto schifata. Anzi, no, forse schifata un po’ di più. Osserva il mio caffè macchiato e lo zucchero di canna e, con tono di rimprovero fa all’altra: “Fammi vedere lo scontrino”.
Appena vede il mio scontrino fa la faccia di paura e parte un rimprovero all’altra: “Ma come? 90 centesimi il caffè macchiato e ok… Ma lo zucchero di canna? Fammi capire: il caffè macchiato con canna tu lo fai pagare 90 centesimi?”
Bene, io ho bevuto il caffè e me ne sono andata. Non ho risposto alle gentile signorina perché saremmo arrivati chissà dove.
Ma ora, dico io: quanto vuoi farlo pagare un caffè macchiato con zucchero di canna? Quanto?
Passi che un goccino di latte me lo fai pagare 10 centesimi… Vuoi 10 centesimi anche per lo zucchero di canna? Sì? Ok, allora toglilo dal bancone e dallo solo su richiesta.
Una cosa è certa: la cortese signorina il mio viso non lo vedrà mai più u.u

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