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lo scemo del villaggio globale

A voi è mai capitato di sentirvi, anche se solo per un momento, lo scemo del villaggio globale? A me sì. Pochissime volte, per fortuna. Quasi raramente. Ma mi è successo quando mi sono “disconnessa” dal mondo di internet per una giornata intera, ho ascoltato solo i radiogiornali e letto sommariamente le principali notizie sulla carta stampata. Ebbene, in quelle rare occasioni in cui ho cercato di staccare la spina dalla tecnologia, al ritorno mi sono sentita una scema del villaggio globale. 🙂

Come si vive senza blog, cellulare, hashtag, facebook, twitter etc….? Boh. A me pare che manchi qualcosa quando non sono “always on”. Quando mi riconnetto al mondo ho sempre la sensazione di essere una straniera che, dopo un periodo di inutilizzo, deve tornare a fare i conti con la tecnologia.

Questa settimana mi è capitato di finire in un posto da cui – volenti o nolenti – non potevo comunicare: il cellulare non ha campo, internet non è disponibile. Resta un telefono fisso (che poi non è tuo e non sai neppure che numero ha) su cui difficilmente potrà contattarti qualcuno. Come si fa? Nulla, si attende di tornare al mondo “always on”. Anche se, va detto, quelli che ci vivono in quel posto (senza cellulare, internet e con il solo telefono fisso) non avvertono minimamente il problema. Tradotto: la scema del villaggio globale in quelle rare occasioni sembro solo io. Ma come si fa? 😀

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ti ho inviato una mail (4 gr di CO2)

Inviare un’email non inquina. Con buona pace di chi come me con le email campa quotidianamente, apprendo la notizia da la Repubblica che si diverte addirittura, grazie a un sito, a stilare una lista di quanto consuma ogni nostra semplice azione. Inviare un messaggio di posta elettronica costa solo 4 grammi di CO2.

Annoto la news per il post: mi servirà quando qualcuno mi accuserà di aver inviato troppe mail, magari legate tra di loro ma in momenti diversi, costringendo a rileggere tutto e a rispondere un messaggio alla volta.  O lo ricorderò alle amiche con cui quotidianamente scambio pareri, umori, saluti, appuntamenti e battute ricorrendo a un banalissimo e tecnologicissimo codice binario che, trasformato e ritrasformato, arriva sotto forma di lettera digitale dall’altro capo della città, della nazione, del mondo! O magari si potrebbe ricordare che una mail non inquina, sostituendo quel classico messaggino che si legge ancora oggi sotto ad alcuni messaggi di posta elettronica (un messaggio della serie: non stampare questa mail se non è fondamentale, così non inquiniamo il pianeta e non abbattiamo gli alberi). Insomma, la notizia mi torna utile, oltre che simpatica!

Inquinamento o no, la mia considerazione è su come il mondo dei messaggi di posta elettronica abbia cambiato il nostro modo di relazionarci con gli altri. Prima era necessaria una telefonata. Oggi no. Prima si comunicava decisamente meno, forse anche solo lo stretto necessario. Oggi, invece, via mail arriva di tutto: inviti, comunicazioni, saluti, barzellette, aggiornamenti, proposte di lavoro, curriculum vitae…  D’altronde, siamo nell’era della comunicazione; come potrebbe essere altrimenti?

Buona comunicazione a tutti! 🙂

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il fenomeno “Perché tu mi piaci”

C’è un video che impazzava in rete nei giorni scorsi e che secondo me rende al meglio l’idea di quanto possa funzionare la comunicazione oggi. Non è un video girato da persone famose, non è una pubblicità, non ha niente di particolarmente sconvolgente che possa renderlo uno dei video più cliccati del momento. E’ un video-fenomeno, a mio avviso. Pensate che in una sola settimana pare sia stato cliccato più di un milione di volte.

Si chiama “Perché tu mi piaci” ed è semplicemente il racconto di una storia d’amore, una lunga storia d’amore, una di quelle che durano tutta la vita. Tutto comincia con un bambino che scrive una lettera d’amore a tale Poldina. Una dichiarazione sincera, pura, forse anche un po’ sdolcinata, per un amore che dura un’esistenza, anche quando Poldina comincerà a fare i conti con la malattia. Non è una storia forte, ma il video ha avuto un gran successo. E non credo solo per la storia sdolcinata che c’è alla base. Credo ci sia di più. Credo ci sia una buona forza comunicativa alla base: il racconto, le immagini, la tenerezza del bambino che scrive la lettera e le immagini in sovraimpressione della coppia e di Poldina oramai adulta. E’ la classica storia di buoni sentimenti che – stranamente – attira le masse.

Ma, come dicevo, la storia è una cosa a parte.

Quello che mi pare più interessante è il fatto che l’autore del video, un giovane pubblicitario che ha scelto questa strada per farsi conoscere, ci ha lavorato solo due giorni e con pochissimi mezzi; poi lo ha semplicemente caricato su Vimeo e postato sulla bacheca di Facebook. Da quel momento in poi il video “Perché tu mi piaci” si è diffuso a macchia d’olio, senza bisogno di pubblicità, di passaparola… Il dato interessante è che il video diverrà probabilmente una pubblicità. E sarà il primo caso di uno spot che nasce prima della sponsorizzazione: quello che noi vediamo è forse il primo spot che ha senso senza una marca.

Ho letto da qualche parte che lo spot era stato inizialmente addirittura snobbato e criticato, quando era stato proposto per sponsorizzare qualcosa. Sarà vero?

Quando si dice i miracoli della cosiddetta “comunicazione dal basso” e del marketing virale.

Ecco il video (dal canale Youtube perché da Vimeo non ho capito come si incorpora):

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sul comunicatore/psicologo

Non credevo ai miei occhi quando ho letto una delle ultime notizie strane di questi giorni. Non volevo crederci in verità. Preferivo sorridere alle lettura di una notizia stramba; ma non ce la facevo ad approfondirla. Poi oggi ho trovato il coraggio: breve ricerca on line e tac, ecco la verità.

Cercasi esperto di comunicazione. Giornalista? No, laureato in psicologia” titolava qualche giorno fa il Corriere del mezzogiorno. E io, dopo aver letto in sovrappensiero, mi sono detta: “vabbé, una notizia che mi tocca di striscio: l’esperto di comunicazione potrei anche farlo, ma non ho la laurea in psicologia”.

Un momento:  la laurea in Psicologia; e perché un comunicatore dovrebbe avere la laurea in Psicologia? E perché io – che studio ancora, ho studiato cinque anni Comunicazione, ho lavorato dieci da giornalista – non potrei partecipare? Semplice: non sono psicologa. E la mia laurea, la tanto agognata, sudata e bistrattata laurea in Scienze della comunicazione – poverina –  pur se quinquennale, non è equipollente a Psicologia. Non serve neppure un master ancora in corso e l’esperienza di lavoro maturata nel corso degli anni. No psicologa no bando!

Allora, faccio mente locale e provo a “giustificare” chi ha indetto il bando per comunicatore-psicologo.

Seguitemi: non hanno tutti i torti poi… 🙂

A quanto pare, il comunicatore/psicologo dovrebbe operare a supporto dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico (quello che noi poveri comunicatori semplici chiamiamo URP). Quale figura migliore, avranno pensato, che uno psicologo per tenere i contatti con la gente? Saprà come reagire alle pressanti richieste di informazione, sarà sempre pronto a prevedere anche le risposte dell’interlocutore, avrà un savoir faire diverso da un semplice comunicatore di professione, e – cosa da non poco – sarà un perfetto psicologo, consulente, anche per eventuali comunicatori suoi colleghi di lavoro (a patto che ce ne siano).  La scelta dello psicologo può trovare tante, infinite giustificazioni se ci pensiamo. E poi uno che studia a fare Psicologia se poi non va a fare il comunicatore per  50.000 euro lordi annui? Mi pare una cosa logica.

E il comunicatore? Per cosa studia? Su questo ci vorrebbe un post a parte. Ma provo a sintetizzare.

Un comunicatore studia per… Per sentirsi dire che, dopo aver studiato cinque (dico cinque) anni, quella laurea in fondo non era così indicata, perché non offre chissà quali grandi opportunità di lavoro, perché in fondo ti hanno insegnato a studiare con il cinema, la tv, la radio e i giornali…  Che insomma hai studiato tutto ciò che gli altri normalmente fanno per hobby, che in fondo non è che ci vuole chissà quale competenza per scrivere un articolo, un comunicato o una news, che il comunicatore può farlo chiunque anche un altro laureato con un master in comunicazione, che se avessi fatto un’altra facoltà (ah, questo sì) magari a quest’ora avresti avuto diverse opportunità… E via così! Infatti, se avessi studiato psicologia avrei avuto qualche altra opportunità! 😛

Il problema è uno: siamo noi scienziati della comunicazione a dover prendere coscienza dell’importanza dei nostri studi e del peso di queste materie nella società moderna. Siamo stati ghettizzati troppo a lungo per continuare a restare in silenzio. Siamo noi i professionisti della comunicazione; dobbiamo andare a prenderci i posti che ci spettano, mettendo nell’angolo tutti coloro che, per un motivo o per un altro, hanno fatto comunicazione senza avere tutte le carte in regola.

Devo rettificare: mentre scrivo apprendo che il bando di concorso è stato modificato parzialmente. Adesso è consentito avere una laurea in Scienze della comunicazione per partecipare; non più solo in Psicologia (lauree sempre triennali); ma ovviamente la laurea in Psicologia resta. Sono commossa. Non aggiungo altro.

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Cosa resterà degli anni Zero? /2

E cosa resterà degli anni Zero nel mondo dei libri (ovviamente quelli che, siamo chiari, sono passati tra le mie mani?)

Un decennio in cui ho riscoperto l’amore per la lettura e per la scrittura (pur sforzandomi non riesco a quantificare la mole di articoli scritti in dieci anni…). Diciamo pure che sono passata dalla sterile lettura dei manuali scolastici e dai libri adolescenziali ad una lettura più seria ed impegnata. E mi riferisco alla lettura di quotidiani (da sempre il mio pane quotidiano: sarei capace di perdermi una giornata intera in una rassegna stampa); ed all’amore per i libri che, ovviamente, se non catturano la mia attenzione da subito restano relegati in un angolo, pronti ad essere raramente spolverati!  😛 Una classifica dei libri in ordine di gradimento sarebbe impensabile per me. Non ho la presunzione di stilare una lista di miglior pubblicazione; e poi i miei libri del decennio hanno quasi tutti un minimo denominatore comune: la comunicazione. Giornalismo, mass media e comunicazione in generale sono state le mie letture preferite per obblighi di studio e per mera passione. Il prezzo da pagare quando il dovere coincide con il piacere della lettura… 🙂

Ho letto tanto in questo periodo, complici anche i vari spostamenti casa-università-lavoro. Un buon libro in borsa è sempre la migliore risposta anche a soli cinque minuti di attesa che altrimenti sembrerebbero interminabili.

Del decennio ricordo soprattutto “Gomorra”, forse perché più vicino nel tempo; ma, sempre sullo stesso tema, ricordo anche “Solo per giustizia” di Raffaele Cantone che mi ha appassionato fin dalla letture delle prime righe, oppure, sullo stesso argomento, il testo della Capacchione. Come dimenticare, poi, il fenomeno “la Casta”? E’ stato il decennio de “La solitudine dei numeri primi”, di “Non avevo capito niente”, di “Qpga” (ebbene sì: ho avuto il coraggio di leggere anche il libro),  di “Carte false”, “Regime”…

Ps.: Sicuramente avrò dimenticato qualche titolo; non potrebbe essere altrimenti!

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