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ecco perché il giornalismo è alla frutta

«Il pagamento serve proprio a garantire la massima trasparenza, così si capisce che uno non simpatizza per nessuno. Se un giornalista invece va a fare interviste gratis, non saprei dire perché lo fa. È tutto talmente chiaro che non vorrei aggiungere nient’altro».

Quando si dice l’etica e la deontologia professionale…!
Dopo aver letto questa intervista (quella da cui ho tratto lo stralcio iniziale di questo post), sono sempre più convinta di una cosa: siamo alla frutta. Come giornalisti, come cittadini e come Paese intero.
Amara constatazione della domenica sera: fino a quando ci saranno persone – e credetemi sono la maggioranza – che la pensano così, noi “duri e puri” non andremo mai da nessuna parte.

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il mio primo articolo?

Credo sia stato uno dei miei primissimi articoli.

1992. Poco meno di dieci anni, macchina da scrivere, qualche errore e due grandi passioni: il giornalismo e la Paganese.

Che tenerezza! 🙂

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fai bei sogni

Ne ho parlato già altrove, io che difficilmente “spiattello” su Feisbuk, Tuitter e su altri social network le mie ultime letture. Questa volta, però, non sono riuscita a non farlo: ho subito piazzato, dopo aver terminato il libro, una bellissima frase come mio stato personale su un social newtork e un’altra sull’altro.

“Fai bei sogni” è davvero un gran bel libro. Una storia bella, vera, autentica, autobiografica e scritta bene. D’altronde, non avevo dubbi quando l’ho scelta: la scrittura di Gramellini mi appassiona da sempre. Bella, asciutta, senza fronzoli, divertente, pungente e appassionante. Triste al punto giusto e pungente quanto basta per consentire al lettore di calarsi dentro la storia e arrivare alla fine leggendo tutto d’un fiato.

E’ un libro pericoloso: ti fa restare incollato alla sedia a divorarlo fino a quando non l’hai finito, quando scopri la storia, tutta la storia e ti resta l’emozione di un racconto vero, la storia di una persona che hai sempre ammirato. E poi ti restano impresse alcune frasi, quelle che senti tue, quelle che avresti sempre voluto dire ma ti sono mancate le parole giuste – ecco, Gramellini ha sempre le parole giuste! – per farlo.

Lo consiglio a tutti!

Ecco due delle citazioni che non riesco a togliermi dalla testa:

Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare una vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene

C’è più amore in chi rimane che in chi se ne va

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ancora lauree maltrattate

L’altro giorno ho scritto un post di getto. E, confesso, non mi aspettavo un boom di visite per una mia considerazione personale. Invece poi ho capito: non sono la sola a essere triste, dispiaciuta, indignata per quanto è accaduto, per aver visto maltrattare ancora una volta la laurea in Scienze della comunicazione.

Ci sono alcuni commenti al post. Una delle persone che ha commentato, elledielle, mi chiede di condividere una lettera aperta a Bruno Vespa; una lettera che ha scritto di proprio pugno dopo aver assistito all’ennesimo show in tv su Scienze della comunicazione.

Condivido il suo post: lo trovate qui. Condivido gran parte delle sue domande.  Mi sento di aggiungere solo qualche considerazione mia, strettamente personale.

Credo dobbiamo essere noi, laureati in Scienze della comunicazione per scelta e non per ripiego, a valorizzare il corso di laurea e a valorizzarci. Se aspettiamo che lo faccia qualcuno, moriremo disoccupati. E sono convinta sia un bene non iscrivere all’albo direttamente coloro che scelgono l’indirizzo di giornalismo, come tutti gli altri corsi di laurea. Credo sia un bene perché è fondamentale capire che Scienze della comunicazione e giornalismo sono due cose separate. Che non è studiando Scienze della comunicazione che si diventa giornalista. Che non è facendo il giornalista che si diventa comunicatori!

Ci risponderà mai qualcuno?

Io me (ce) lo auguro!

 

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l’ultima macchina da scrivere

La notizia è fresca di stampa: non produrranno più macchine da scrivere. Ho aperto il giornale questa mattina e ho provato un pizzico di nostalgia e delusione nello scoprire che chiude l’ultima fabbrica di macchine da scrivere, localizzata in India. Il motivo? Quello più ovvio: non ci sono più richieste.

E’ durata poco più di centocinquanta anni la vita della macchina da scrivere, compagna unica e mitica dei viaggi e dei reportage dei giornalisti più famosi, di quelli con il coraggio, quelli che consumavano le suole delle scarpe per le notizie; quelli che sono quasi l’opposto dei giornalisti che conosciamo noi oggi.

Com’era nata la macchina da scrivere? Grazie a un novarese che l’aveva ideata per aiutare la scrittura dei non vedenti.

Credo che ognuno di noi abbia dei ricordi legati a questo leggendario strumento che fino a qualche anno fa faceva capolino su tutte le scrivanie. Anche io ne ho avuta una, anzi no, più di una. Ero stata fin da piccola affascinata dal rumore dei tasti che battono sul nastro e imprimono lettere sul foglio. Volevo scrivere anche io su quello strano aggeggio, addirittura senza saper scrivere ancora con carta e penna. Mi piaceva il rumore dei tasti, mi affascinava la forza necessaria a imprimere su carta le parole e mi faceva impazzire il cilindrino che andava a destra e a sinistra e che serviva per il famoso “a capo”. Avrei perso ore e ore a guardare qualcuno scrivere a macchina. La mia prima macchina da scrivere fu un giocattolo completamente di plastica, per bambini. Ma io volevo la macchina da scrivere vera, quella degli adulti e, di tanto in tanto, di nascosto, andavo a “rubare” quella di mio padre per scrivere davvero e non “per finta” come i bambini. Era bellissima quella macchina da scrivere, quasi come un portatile odierno, gelosamente custodita  in salotto in una valigetta beige con una striscia nera al centro e con una maniglia di plastica. Volete mettere l’emozione di pigiare i tasti e di vedere apparire come per magia i caratteri su un foglio bianco di nascosto? Poi arrivò il mio pezzo forte: la macchina da scrivere da scrivania, quella su cui ho imparato a battere testi velocemente e che è rimasta sempre nel mio cuore, anche quando l’ho sostituita al pc. Vi ricordate la fatica di scrivere un testo? E le difficoltà per cancellare? Certo, c’era il correttore, ma se poi si sbagliava tutto bisognava ricominciare a scrivere daccapo!

E pensare che proprio l’altro giorno parlavo del fatto che pare esistano pochissime persone disposte a riparare le macchine da scrivere… E adesso scopro che non ne producono più. Forse le ritroveremo nei musei, pronti a sorridere guardandole e a chiederci: ma come si poteva fare tutta quella fatica per scrivere un testo?

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pagare per leggere: funzionerà?

“Pagare per leggere”. E’ quello che non si fa da tempo, da quando il mondo dei media digitali e la rivoluzione del pc hanno disabituato il lettore a pagare per leggere le notizie. Il motto iniziale di questo post è un po’ una filosofia di vita che non piacerà a tutti coloro che, nel corso degli anni, hanno abbandonato la cara e vecchia copia cartacea del giornale per leggere notizie in maniera veloce, rapida e gratuita sul web, passando velocemente da una testata all’altra, senza dover necessariamente spendere almeno un euro ogni mattina. Come dire: la preghiera del mattino dell’uomo moderno è gratis, sul web, veloce e a portata di tutti.

Ma “pagare per leggere” è il nuovo motto del New York Times, che ha annunciato che da domani anche le notizie on line saranno a pagamento (saranno gratis solo venti articoli al mese). Un modo per uscire dalla crisi che attanaglia da tempo la stampa periodica e quotidiana? Un disperato tentativo di rieducare i lettori a pagare per ciò che si legge? O una semplice informazione che dice: “io ti offro un’informazione di qualità e in cambio ti chiedo un contributo”?

La giustificazione, a leggere quanto è scritto sui giornali e sulle agenzie di stampa è questa: bisogna investire nel giornalismo di qualità. E’ quanto dichiarato dall’editore ai lettori.

Ma il mio dubbio è: i lettori del NYT, da quindici anni oramai abituati a leggere gratis il proprio quotidiano on line, si convertiranno all’edizione a pagamento? O preferiranno cambiare giornale pur di non pagare i 15 dollari al mese (prezzo minimo stabilito per la lettura on line del giornale da pc)?

Non ci resta che attendere un po’ di tempo e vedere come andrà a finire. Solo così potremo testare il nuovo modello di business e solo così capiremo se e quanto siamo pronti per cambiare vita. Digitalmente parlando, s’intende! 🙂

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un blog di moda?

Ebbene sì, l’ho fatto anche io: mi sono messa a curiosare tra le parole chiave più ricercate che hanno portato gli sconosciuti sul mio blog. Per sconosciuti intendo, ovviamente, persone che non conosco e che non fanno parte di quella che io amabilmente definisco claque. E il riferimento è agli amici che commentano i tuoi post in pizzeria, i conoscenti che ironizzano sulla tua a volte abbastanza pungente ironia, persone che si sentono chiamate in causa dai post, gente che conosci poco ma che finisce sul tuo blog con la speranza di conoscere i cavoli tuoi, mamme informatizzate che per amore della propria figlia vanno a leggere quali e quante cazzate scrive sul blog (lo so, questa non se l’aspettava!) :-).

Parliamo degli sconosciuti: quelli che digitano una parola sul motore di ricerca per avere informazioni, capire la gente su quell’argomento cosa scrive, capire cosa si pensa di una determinata cosa, cercare qualcosa o qualcuno…  Ebbene, sono rimasta sconvolta anche io dai termini ricercati dagli sconosciuti: in cima ai miei post più cliccati ci sono i miei pseudo consigli di moda: uomini in canottiera, maschi in infradito, uomini con la pelliccia, donne con i tacchi alti, abbigliamento del sabato sera… E chi avrebbe mai immaginato che il mio blog fosse ricercato per “consigli” e pareri di moda? Lo giuro: mi meraviglio di me stessa! E proprio per questo motivo ho preso una decisione: comincio a lavorare su un post che parlerà di moda. Ho parecchio materiale accumulato negli anni: devo solo organizzarlo. E intanto mi frulla un’idea del tutto nuova per la testa: io giornalista di moda. Giuro che non ci avevo mai pensato…. 😀

Ma vi tranquillizzo per il futuro: state calmi, non ho certo intenzione di mettere ordine nei miei pensieri e nei miei post!

 

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la notizia in diretta

Il caso – a mio avviso – è da manuale di giornalismo. Ti arriva la notizia in diretta, devi verificarla ancora; che fai?

Su Federica Sciarelli, conduttrice di “Chi l’ha visto?” – trasmissione che mercoledì sera era in diretta dalla casa del mostro di Avetrana – si sono sprecati fiumi di inchiostro in questi giorni. I termini dell’etica e della deontologia dell’informazione sono finiti sulla bocca di tutti, anche su quella di chi non ti saresti mai aspettato, magari proprio da chi quotidianamente calpesta ogni morale e poi finisce in tv a fare la “paternata” a una che la giornalista la fa, e anche bene.

Ma torniamo al dubbio di fondo: ti arriva la notizia in diretta, che fai? La dai senza verificarla? Io ho visto tutta la trasmissione. Dopo tre secondi ho ammirato subito l’umanità e allo stesso tempo la professionalità con cui la Sciarelli non ha dato la notizia, chiedendo verifiche, sperando in un contatto dei carabinieri che potesse smentire o confermare le dimensioni di una tragedia che stava affiorando pian piano.

Mettiamoci nei panni del giornalista di una trasmissione – non un talk show, ricordiamolo; una trasmissione che si occupa di scomparsi e di ritrovamenti. Ti hanno autorizzato la diretta dalla casa del mostro, quando la verità non era ancora venuta fuori; hai come ospiti la madre della povera ragazza uccisa, gli amici, la figlia dell’orco. Improvvisamente arrivano le notizie che tu, cronista scrupoloso, non avresti mai voluto dare. Ma sei in diretta. Non puoi dare la notizia in pasto a tutti: c’è la madre in collegamento e il rispetto delle persone viene prima di tutto. Non puoi non dare la notizia: sei in diretta e il fatto è già sui giornali on line, dopo alcuni lanci di agenzia. Resta tutto nelle mani del giornalista e della sua discrezionalità. Chiedere di telefonare ai carabinieri, cercare conferme nei familiari, attendere l’ufficialità. Minuti interminabili. La notizia viene fuori solo con l’inquadratura della prima pagina di un giornale on line che già ha dedicato l’apertura alla news.

Io, ma è un’opinione personalissima, credo che sarebbe stato difficile conciliare meglio le esigenze emerse in diretta nel corso della trasmissione: il rispetto della madre e delle persone coinvolte e il diritto/dovere all’informazione. La faccenda non è semplice, non mette tutti d’accordo. Ma ho sentito tante, troppe critiche nel corso di questi giorni.

Ai fautori del blackout, a quelli che mi hanno detto “sì, però poteva staccare il collegamento” io ricordo che quello non era un salotto televisivo, un talkshow. “Chi l’ha visto?” ha come argomento le scomparse e i ritrovamenti. Che giornalista sarebbe la Sciarelli se avesse deciso di chiudere la trasmissione per evitare problemi? Certamente, per me, sarebbe stata una che non è all’altezza del suo ruolo: sarebbe fuggita dalle responsabilità e dalla missione della sua trasmissione.

Io ho un’idea molto chiara: la colpa di tutto quello che è successo va alle forze dell’ordine. E non è solo per scaricare colpe sugli altri o per fare la morale. Siamo nella società dell’informazione e non si può permettere che una madre sappia la verità sul conto della figlia dai cronisti. Una telefonata alla famiglia di Sarah avrebbe evitato tutto questo caos. O magari maggiore accortezza nel non far trapelare le informazioni. Io sono dell’avviso che o non si fa sapere niente o le prime persone che vanno avvisate sono i familiari, non i cronisti. Come si può avvisare prima un giornalista e poi un familiare?

La mia non è una difesa spietata dell’informazione, sia chiaro. Anzi, segnalerei per “dovere di cronaca” il servizio di ieri pomeriggio di Studio Aperto sempre sullo stesso caso: un servizio basato interamente sul filmato del matrimonio di una delle cugine di Sarah in cui la ragazzina è ritratta in alcune immagini assieme allo zio/orco. Mi chiedo e vi chiedo: dov’è in questo caso l’essenzialità e l’utilità sociale dell’informazione? Questo sì che è un giornalismo che spettacolarizza e rimesta nel torbido pur di fare audience. “Chi l’ha visto?” mercoledì ha solo confermato di essere tv verità.

 

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smascheriamo il giornalismo

C’è sempre qualcosa che ci spinge a essere masochisti. E’ semplice: se una cosa è difficile da raggiungere o, peggio ancora, se, una volta raggiunta, è difficile da vivere, uno normale ci rinuncia. Noi esseri umani no. O meglio: noi giornalisti (o aspiranti tali) no.

E’ il fascino delle cose inimmaginabili, delle missioni impossibili, delle sfide… Chiamiamolo come volete, ma secondo me c’è sempre un po’ di sano masochismo dietro.

Il perché di queste considerazioni?

I dati resi noti dall’Ordine dei giornalisti di recente (ricerca “Smascheriamo gli editori”) dimostrano meglio di qualsiasi altra cosa le contraddizioni di questa professione. Giornalisti sfruttati e malpagati, ma sempre convinti che quella sia la strada giusta – aggiungerei io. Caparbi in fondo. Di quella caparbietà che poi ti viene da ammirare se la guardi dall’esterno. Chi, d’altronde, è talmente tanto deciso a entrare in un mondo sempre più precario e con sempre meno prospettive future? I giornalisti, quelli di oggi e quelli di domani.

Sapevo per mie esperienze personali e per le chiacchiere con alcuni miei colleghi che il mondo del giornalismo fosse fatto di sacrifici, grossi sacrifici: si scambia la notte per il giorno, si passano notti insonni, si lavora più di ogni altro e con responsabilità non indifferenti, trascurando amicizie e affetti. La gavetta è tra le più dure a mio avviso: passi anni in una redazione in attesa del tuo turno,o di qualcuno che si accorga di te per agguantare il fantastico praticantato e poi continui a fare quel lavoro, continui a mantenere quei ritmi serrati anche da professionista. Perché il giornalismo è così, come una droga: quando ci stai dentro diventa difficile uscirne, disintossicarti; ti scorre nelle vene come la più insana passione e ti spinge a trascurare tutto e tutti.

Sapevo di tutti questi sacrifici, dicevo, ma ignoravo (ahimè, devo ammetterlo) i dati che sono emersi dalla ricerca “Smascheriamo gli editori”: giornalisti free-lance sfruttati, malpagati e testate che neanche ti aspetti che non pagano i collaboratori… Lo scenario di un’editoria in crisi (che bello: finalmente, dopo essermi sentita ripetere mille volte questa frase, ora la ripeto anche io a qualcuno!). Uno scenario che mette tristezza e che, a mio avviso, dovrebbe scatenare una indagine sociologica su quanti aspirano a diventare giornalisti con questi dati di fatto.

Pessimista? No, realista! 🙂

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vendonsi tesserini :-(

Che fosse diventato troppo facile diventare giornalista è risaputo. Tanto facile diventarlo quanto difficile trovare lavoro dopo. Che si arrivasse a vendere addirittura un tesserino da pubblicista, onestamente, è un fatto che mi disgusta. La notizia (“Come ti vendo il tesserino da giornalista”) è stata pubblicata oggi dal Fatto. Lascio a voi la lettura dell’articolo e delle truffe, stanate dal Coordinamento dei giornalisti precari della Campania.

Al mio blog affido le considerazioni.

La principale? A rischio di sembrare eversiva, delusa, controcorrente, io sostengo che l’anomalia principale sia proprio l’esistenza dell’Ordine dei giornalisti. Se l’Ordine non è in grado di tutelare noi giornalisti e quelli che aspirano a entrare in questo mondo, sempre più colmo di aspiranti e sempre più affascinante, che esiste a fare?

Ok, ok: dovrebbe esserci anche la Federazione che completa il quadro, che è un nostro sindacato… Ma quanto serve? Nella mia seppur breve esperienza non sono mai stata tutelata né dall’Odine né dalla Federazione, pur versando annualmente la retta di iscrizione e pur avendone avuto bisogno in un paio di occasioni.

E poi, in un Paese in cui vige la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, in cui nasce quotidianamente un numero imprecisato di blog e di testate che si prefiggono di fare informazione, a cosa serve il vincolo dell’iscrizione all’Ordine? Se questo vincolo non esistesse, si uscirebbe facilmente dal vicolo cieco dei corsi a pagamento che offrono il tesserino di pubblicista e dai giornali che sfruttano all’inverosimile milioni di giovani aspiranti cronisti, trattenuti in redazione (e non) dalla promessa di un tesserino che DOVREBBE costituire il lasciapassare in un mondo, quello dell’informazione, che alla prima possibilità ti sbatte le porte in faccia. Un settore saturo, reso ancora più saturo dai professionisti delle scuole di giornalismo che finiscono nelle redazioni per un periodo di stage e che vengono usati per sostituire i giornalisti in ferie. Ovviamente, ma forse questo è superfluo dirlo, a costo zero.

E non mi venite a dire che l’Ordine tutela la qualità dell’informazione, l’etica e la deontologia. Sono solo belle parole; teorie su cui mi sono applicata da sempre e che mi hanno sempre affascinata. Teorie che rischiano di farti avere una sonora risata in faccia se ne parli a chi fa informazione a livello locale. E poi, come si può tutelare l’etica e la deontologia dell’informazione se si permette di vendere i tesserini?

Lo spunto di questa notizia è stato fatale: mi ha costretto a esprimere le opinioni che covano da sempre in me e che difficilmente vengono fuori, se non quando mi arrabbio. Mi arrabbio perché io questa professione l’amavo davvero. Speravo da sempre, fin da bambina, di diventare giornalista. Mi sono fermata a metà, al tesserino di pubblicista. Mi sono fermata perché mi sono resa conto che il mondo dell’informazione che sognavo era lontano anni luce della realtà. Ero e sono idealista, io!

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