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La giornata particolare della Paganese andrebbe vissuta come quel tifoso davvero particolare, quasi singolare, immortalato a sua insaputa dall’obiettivo dell’attento fotografo presente a bordocampo domenica. Andrebbe vissuta con la spensieratezza, l’arguzia e la lungimiranza di chi la partita ha deciso di vederla da una posizione proprio particolare: il tetto della sua macchina. Ma non in  piedi, o sedendocisi sopra; no: lui, quel tifoso, la partita voleva vederla stando comodo. E non ci ha pensato su due volte nel portare la sedia di plastica sul tetto della macchina e a salirci sopra comodamente seduto. Una postazione davvero privilegiata. Ve la immaginate voi una partita vista così? Dall’alto di una delle strade che circonda il campo, con l’occhio vigile non solo sul rettangolo di gioco ma anche su quello che accade in tutto lo stadio, spettatori compresi? Quella sì che è stata una giornata particolare!

Peccato, però, che il particolare tifoso, non abbia potuto avere dalla sua postazione una telecronaca d’eccezione, quella di Gianluca Grassadonia che, squalificato, ha assistito al match dalla sala stampa. Della telecronaca d’eccezione hanno goduto tutti i cronisti presenti allo stadio. Qualcuno si è stupito: Grassadonia, uomo di tipico aplomb inglese, sempre impeccabile davanti a microfoni e taccuini, lontano anni luce dalla veracità e dalle filosofie dell’ex Capuano, nei novanta minuti di gioco si è trasformato: urla, consigli tattici, indicazioni, commenti… E’ piovuto di tutto dal box riservato alla società. Grassadonia sentiva la partita più di tutti, stando alla tensione che ha mostrato nel corso della gara. A un certo punto gli è uscita una frase indirizzata all’undici in campo: “Lo capite che è con partite come queste che si vince il campionato?”. Una riflessione tutta sua, un modo di spronare il gruppo, e un pensiero anche per l’intera sala stampa: sarà il caso di cominciare a crederci?

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il calcio da un altro punto di vista

Ma se deve segnare perché quello si mette davanti alla porta e non lo fa segnare?“.

Ci si distrae facilmente nelle gare di Coppa Italia, sul finire dell’estate, quando il caldo la fa ancora da padrone e non meno di ventotto gradi “allietano” una partita in notturna. Ma questa volta il discorso si fa interessante. Non si può non ascoltare.

Dico io: fallo segnare e basta” – asserisce una bambina spazientita. Avrà occhio e croce cinque/sei anni. Discute di calcio con i suoi amichetti in compagnia dei papà che hanno occhi solo per il rettangolo verde.

Non hai capito: quello fa il portiere” – replica scocciato uno dei maschietti, il più grande (avrà massimo sette anni)

Eh, ho capito. Ma se quell’altro deve segnare, perchè non lo fa segnare?” – chiede ancora la dolce bambina alla sua prima discussione calcistica

Perché il portiere di mestiere para, non fa fare gol all’avversario!” – risponde stizzito il bambino più piccolo.

Lei sbuffa, insacca ma proprio non capisce e pensa, glielo si legge in faccia: “Se questo qui non segna chissà a che ora torniamo a casa!“.

La discussione termina qui. I maschietti tornano a gridare all’unisono con il resto dello stadio. La bambina si guarda intorno, osserva per un attimo i calciatori e si volta spalle al campo: si mette a osservare il resto della platea alle sue spalle. In fondo anche questo è uno spettacolo!

 

 

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Siamo stati abituati male. Abbiamo creduto tutti, anche chi non lo dava a vedere, che un miracolo in fondo sarebbe stato sempre possibile. Lo ha immaginato perfino chi è arrivato allo stadio con aria da pessimismo mascherata di realismo.

“Qua oggi non ci sta niente da fare!” – sono parecchi quelli che lo hanno detto nell’atto di sedersi al solito posto, rispolverando i soliti rituali scaramantici. In fondo anche il pessimismo è sembrato essere a tratti una scaramanzia oggi.

Siamo stati inguaribili ottimisti nel pensare che la retrocessione diretta sarebbe stata scongiurata. D’altronde, anche quello più scettico, sul gol di Radi – quando si è diffusa anche la notizia, rivelatasi poi infondata, del vantaggio del Ravenna sul Monza – ha pensato che la missione era quasi a portata di mano. Abbiamo ipotizzato che la retrocessione potesse essere solo un brutto sogno. E ci siamo svegliati dal torpore con il gol di Radi, con l’urlo liberatorio, con l’abbraccio al vicino di posto e con le telefonate di gioia. Scene che ci hanno ricordato, per la forza dell’emozione e l’impeto della gioia, quelle di qualche anno fa, le immagini dell’ultima promozione: ironia della sorte.

Siamo stati inguaribili sognatori nello sperare un risultato diverso dal pareggio tra Monza e Ravenna e nel credere fino all’ultimo secondo in un raddoppio della Paganese, magari proprio allo scadere dei minuti regolamentari, quando tutto sarebbe sembrato ancora più impossibile e più crudele.

Adesso ci tocca tornare alla realtà e fare i conti con un presente amaro, forse uno dei più amari degli ultimi tempi. Con una realtà che sembra lontana anni luce dalle gioie delle ultime promozioni, così vicine, così sentite, così belle, così particolari. Servirà tempo per rendersi conto della realtà, rimboccarsi le maniche e andare avanti.

In fondo quella di oggi, nonostante la grossa delusione che ci portiamo dentro, sarà comunque una domenica particolare: quella da raccontare nei prossimi anni magari quando – perché no? – potremo festeggiare il ritorno in prima divisione.

Allora sì che ci sarà una domenica da raccontare, magari con il sorriso sulle labbra, ricordando un giorno buio per la Pagani sportiva e per la sua stella che, speriamo, tornerà presto a splendere.

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Doveva essere la gara dai quattordici spettatori in tribuna, stando alle infelici dichiarazioni rilasciate agli organi di stampa locali da Barilli, presidente della Reggiana. E’ stata la partita della vittoria, di un secco due a zero contro una mai veramente incisiva Reggiana.

Barilli, evidentemente, si era sbagliato; non doveva temere quattordici spettatori ma quattordici giocatori, tanti quanti sono sembrati in campo, nel secondo tempo, i ragazzi in maglia azzurro-stellata, primi su ogni palla, quasi assatanati, determinati e vincenti come non mai. E’ stato come se la Paganese avesse giocato con tre uomini in più rispetto al solito.

Un secondo tempo favoloso per intensità e per emozioni. Determinata, arrembante, concreta, vincente: sembrava la squadra che tutti avremmo voluto sempre vedere all’opera.

Il motivo per fare di questa domenica una domenica particolare c’è: questa è una data importante. Con la vittoria contro la Reggiana, gli azzurro-stellati agguantano al penultimo posto il Monza che, ad oggi, condivide con la Paganese la triste posizione di ultima in classifica con diciannove punti all’attivo. Insomma, è la domenica della vittoria, di un due a zero che mancava da tempo, dell’aggancio del Monza; ma è anche e soprattutto una domenica in cui cominciamo a pensare che il traguardo dei playout, quello che continua a sembrare un miracolo, non è poi tanto lontano.

Firmano la vittoria Tortori, oramai beniamino dei tifosi locali, e Urbano, che festeggia con una rete la nascita della sua bambina Aurora. Tornano gli applausi al “Marcello Torre”, torna la soddisfazione sui volti di chi solitamente soffre sugli spalti, di chi per novanta minuti si lascia da parte tutto il resto del mondo per concentrarsi solo ed esclusivamente sulla Paganese.

Alla fine vanno tutti via accennando un sorriso: si soffre, ma si può continuare a sperare. D’altronde, si sa, la speranza – anche in casi estremi – è l’ultima  a morire. Allora avanti il prossimo, con la consapevolezza che in fondo il nostro ennesimo miracolo è solo dietro l’angolo.

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I motivi per fare del giorno del derby una domenica particolare ci stanno tutti. Si gioca al “Marcello Torre” una partita particolarmente attesa e definita a rischio per via degli incidenti dell’andata. Si gioca senza la tifoseria ospite per ovvi motivi di ordine pubblico, e senza i supporter azzurrostellati che decidono di non entrare e di restare per tutta la partita, come in una sorta di presidio, all’esterno dello stadio.

Si gioca con un incredibile dispiegamento di forze dell’ordine fuori dal “Marcello Torre” e lungo il perimetro della città, apparsa blindata fin dalla prima mattinata, con un elicottero che presidia il territorio e che ti ricorda che si gioca il derby tra la città capoluogo e la cittadina di provincia. Si gioca con un freddo pungente e con una pioggerellina sottile ma insistente, che sembra far irrigidire ancora di più la temperatura, oltre a rendere ancora più pesante il terreno di gioco. La Paganese insiste, si mostra propositiva, va vicinissima al gol in più di un’occasione; in qualche circostanza la porta sembra stregata, sotto effetto di chissà quale incantesimo che vieta al pallone di attraversare la linea bianca anche a portiere oramai battuto.

Non c’è niente da fare per gli azzurro-stellati: il gol, che avrebbe regalato una vittoria che latita da troppo tempo, non arriva. Finisce in parità, a reti inviolate, una delle partite più attese della domenica calcistica. Ma è un pareggio che fa tornare la voce alla Paganese. E’ un pareggio che ha la voce del solito vulcanico Capuano, che si presenta in sala stampa soddisfatto della prestazione, e deciso come non mai a non mollare. La sua filosofia oramai la conosciamo: “Se il destino è contro di noi, peggio per lui”.

Vogliamo crederci; dobbiamo crederci ancora!

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C’è chi sostiene che l’anno nuovo cominci con una data precisa, netta: il primo gennaio; chi crede che l’anno nuovo inizi al ritorno dalle vacanze estive; e c’è chi l’anno nuovo lo vede sì a gennaio, ma alla prima occasione utile per mettersi alla prova. E per la Paganese è proprio così: l’anno nuovo è cominciato contro il Pavia, il 9 gennaio, a otto giorni esatti dall’inizio del 2011, alla prima prova del nove.

I motivi per fare del 9 gennaio 2011 una domenica particolare questa volta ci stanno tutti. C’è la volontà di cominciare un anno con il piede giusto, c’è la voglia di riscatto, la curiosità dei tifosi di vedere all’opera i famosi rinforzi che sono arrivati a Pagani mentre eravamo intenti a mangiare e a brindare: insomma, è proprio una domenica particolare. Lo dimostrano anche le presenze, lievemente in salita rispetto all’ultima disarmante esibizione casalinga del 5 dicembre.

Com’è andata? Beh, è andata con una Paganese che sul campo avrebbe meritato qualcosa in più in termini di risultato, con una squadra che finalmente conquista un punto dopo tanti risultati negativi, con una serie di occasioni sprecate anche grazie all’ottima prestazione da “paratutto” del portiere avversario.

Gli azzurrostellati hanno conquistato il pareggio a cinque minuti dalla fine, temendo seriamente di non riuscire a guadagnare un punto neanche contro il Pavia. Il timore di perdere la gara c’era, come negarlo; ma c’era anche la convinzione che il pareggio – risultato minimo per come si erano messe le cose in campo – sarebbe arrivato: una sconfitta sarebbe stata veramente troppo!

E’ finita poi, ancora una volta, con una sala stampa desolatamente vuota: la Paganese continua per la strada del silenzio stampa. Soluzione che, consentitemelo, credo serva a poco. Non si fa altro che incrementare la ridda di voci, indiscrezioni, sussurri, di detto-non detto. Come se la colpa dei risultati negativi fosse della stampa che segue quotidianamente le gesta degli azzurrostellati.

E allora, in assenza di voci ufficiali per conto della Paganese, conviene chiudere con un’affermazione/consiglio del tecnico del Pavia a fine gara; una frase da riciclare in salsa azzurro stellata che servirà sicuro in tutto il 2011: “Bisogna non mollare mai”!

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Adesso il discorso esula dalle disquisizioni meramente tattiche e tecniche. Ora si parla per linee generali. E si parla tanto. D’altronde, quando il momento è così difficile e complicato, parlare, sfogarsi con gli altri diventa quasi d’obbligo. Come se parlare all’infinito della Paganese e della complicata situazione in cui versa la squadra servisse a esorcizzare ogni paura. Una paura che si chiama retrocessione diretta, che non lascia scampo quando vedi la tua squadra del cuore desolatamente sola in fondo alla classifica; una parola che ti fa paura solo a pronunciarla. Perché in fondo si sa che, dopo essersi salvati per il rotto della cuffia anche l’anno scorso, quest’anno, se le cose non migliorano, si andrà incontro a un’impresa impossibile.

Ed è così che l’ennesima sconfitta, un due a zero contro un Gubbio rivelazione, passa in secondo piano. Non che non interessi vincere, sia chiaro. Il discorso è diverso: si ragiona per massimi sistemi. Siamo al punto in cui non conta più solo una singola sconfitta, ma l’insieme dei punti e dei risultati negativi fin qui accumulati. E non è bello, specie quando, a inizio torneo, c’era stata l’illusione della partenza sprint. Anche quella, diciamolo, non se l’aspettava nessuno!

Riuscirà questa squadra a rialzarsi e a farci trascorrere con maggiore serenità le vacanze di Natale? C’è chi ci crede e chi no. Chi ci crede fa leva sulle straordinarie capacità di sorprenderci che ha avuto questa Paganese anche negli anni passati. Chi non ci crede si lascia andare a ragionamenti di pessimismo cosmico, che, anche se giusti e lineari, non porteranno da nessuna parte.

Occorre crederci, credere che una rimonta sia ancora possibile, che con due risultati positivi si potrà affrontare un Natale più sereno e un serio calciomercato di riparazione.

Il verdetto, ancora una volta, come sempre nel calcio, lo darà il campo!

 

 

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Se il destino è contro di noi, peggio per lui”. Non lo dice solo un combattente, non lo dice solo un filosofo; lo dice anche Eziolino Capuano. La frase arriva al termine di una gara pareggiata dopo una serie di sconfitte consecutive, con la squadra che esce dal campo tra gli applausi dei pochi, pochissimi, spettatori presenti sugli spalti.

E’ un’affermazione imperiosa, quella del tecnico della Paganese, che lascia presagire un’inversione di marcia, che incoraggia i dubbiosi, gli scettici e i rassegnati: nulla è perduto. E’ un’esortazione a continuare a credere che la situazione migliorerà man mano. Un invito implicito, non scritto, a quanti hanno deciso di chiudere in un cassetto l’abbonamento allo stadio. E’ un invito rivolto a  chi si lascia scoraggiare, in ordine di priorità, dalla classifica, dal tempo brutto e dall’orario che poco si concilia con il pranzo domenicale.

E’ un incoraggiamento per i fedelissimi, per quei pochi temerari che contro il Como hanno sfidato vento,  pioggia e pranzo pur di essere sulle gradinate dello stadio a gridare “presente” e ad applaudire alla fine l’impegno messo in campo da una squadra operaia, quanto mai rimaneggiata per via di infortuni e squalifiche varie.

E’ un messaggio chiaro all’intero ambiente calcistico paganese; è filosofia di vita, è convinzione, è – in sintesi – una traccia per un trattato di presenza forte e attiva sul come affrontare le difficoltà che ti si parano innanzi durante un percorso …

Quella espressione è un “noi non ci arrendiamo” che lascia presagire tempi migliori  che – perché no? – potrebbero cominciare proprio dal pareggio contro il Como.

D’altronde – lo ha detto sempre Capuano – “noi siamo duri a morire, state tranquilli

Grande personaggio, Eziolino Capuano!

 

 

 

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Ci sono novanta  minuti paralleli a quelli che si giocano in campo ogni domenica. Sono i novanta minuti di chi la partita la sente, non la gioca. E sono quelli che non passano mai, quelli interminabili, quelli che solo se le cose vanno bene volano via subito; quelli che se le cose vanno male ti costringono a guardare l’orologio in continuazione. I novanta minuti d’orologio sono sempre gli stessi; si dilatano e si restringono però a seconda delle situazioni e degli stati d’animo.

Una partita che matematicamente ha sempre la stessa durata e che, a seconda delle emozioni, diventa infinita o troppo breve. Novanta minuti “sentiti” in maniera diversa tra chi li gioca e chi li vive dagli spalti o, peggio ancora, da lontano. Sono i momenti dei riti scaramantici che non cambiano mai, che si ripetono nei minimi dettagli fino a scandire ogni singolo secondo della gara. Sono i momenti infiniti che poi esplodono al termine della gara con gli applausi, i fischi, le imprecazioni.

I novanta minuti di oggi sono finiti con i fischi dagli spalti. Novanta minuti di sofferenza. Una sconfitta, la prima in casa, e una squadra che chi tiene veramente alla Paganese non vorrebbe mai vedere così. Fischi di disapprovazione per una prestazione tutt’altro che esaltante e per “salutare” anche la prima sconfitta casalinga di questo campionato, proprio quando la striscia di risultati positivi in casa sembrava rincuorarci dopo le sconfitte esterne, nella convinzione che “stiamo tranquilli, i punti per la salvezza li conquisteremo tra le mura amiche”.

Non vedevamo da tempo tante persone che abbandonano anzitempo le gradinate dello stadio. Il secondo gol del Pergocrema, a cinque minuti dalla fine del tempo regolamentare, ha rappresentato un po’ la chiusura anticipata della gara.

Dopo, la Paganese non ha avuto la forza né il coraggio neppure per accorciare le distanze.

C’è il tempo per riflettere su cosa non ha girato per il verso giusto, per riflettere sugli errori e “per dimenticare questa domenica” – come ha suggerito negli spogliatoi il tecnico Palumbo.

La settimana riprende: c’è il tempo per smaltire la delusione e per prepararsi ai prossimi novanta minuti, con la speranza che siano di gioia!

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domenica pomeriggio

Assaporiamo la domenica. Una domenica di calcio, di relax, di stadio, partite, amici, risate e – perché no? – anche di sogni, magari legate a una schedina.

Da tempo non sceglievo una pausa musicale per il jukebox del blog.

Credo che questa oggi vada più che bene. A me trasmette belle emozioni: il ricordo delle domeniche di una volta, quando il calcio non era spalmato lungo tutta la settimana e una vincita con la schedina – non la bolletta – era il sogno di tutti, me compresa (che anche da bambina sognavo la villa con piscina al mare e un megayacht per le vacanze. Ah, il Monopoli: ha inguaiato la mia esistenza!) 😛

Buon ascolto!

 

con un’aria trasognata
lemme lemme nella sera
se ne va
fischiettando …
la schedina l’ha giocata
sos dieci anni che lui spera
e che ci sta riprovando

un motorino per Maria
due mesetti in Val Gardena
una casa piena
di comodita’
se pareggera’ il Cesena
una villa con piscina
la schedina con la mente lui rifa’ …

1 X X 2 1 X 1 X 1 1 2 1 X

nella strada tutto solo
fa uno slalom tra i lampioni
e la citt_’
sta in ciabatte
e la luna su nel cielo
stropicciandosi gli occhioni
si fa gia’
color latte

quel francobollo dell’Angola
che gli ha sempre fatto gola
un corredo di lenzuola
per Liu’
e se segnera’ Mazzola
una bella barca a vela
e la mente vola
e non si ferma piu’ …

1 X X 2 1 X 1 X 1 1 2 1 X

2 1 X
chissa’?
se va bene …
2 1 X

con quell’aria trasognata
passa avanti alla portiera
‘buona sera regioniere!’
la schedina l’ha giocata
e per una volta ancore
questa sera

puo’ spersre
e sale in fretta gli scalini
col fiatone quattro piani
c’e’ un odor di maccheroni
col ragu’ …

si dimentica Antognoni
da un bacetto ai suoi bambini
e ai milioni
non ci pensa piu’ …

1 X X 2 1 X 1 X 1 1 2 1 X

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