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“Bisogna rifarsi il senno”

Lo sostengo da sempre: ci sono cose che, pur applicandomi all’infinito, non capirò mai!
E dopo una serie di delusioni, mancate partenze, incomprensioni e attese, posso concludere solo in un modo.
Con una frase che gira spesso sui social e che oggi più che mai mi appartiene:
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ecco perché il giornalismo è alla frutta

«Il pagamento serve proprio a garantire la massima trasparenza, così si capisce che uno non simpatizza per nessuno. Se un giornalista invece va a fare interviste gratis, non saprei dire perché lo fa. È tutto talmente chiaro che non vorrei aggiungere nient’altro».

Quando si dice l’etica e la deontologia professionale…!
Dopo aver letto questa intervista (quella da cui ho tratto lo stralcio iniziale di questo post), sono sempre più convinta di una cosa: siamo alla frutta. Come giornalisti, come cittadini e come Paese intero.
Amara constatazione della domenica sera: fino a quando ci saranno persone – e credetemi sono la maggioranza – che la pensano così, noi “duri e puri” non andremo mai da nessuna parte.

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la notizia in diretta

Il caso – a mio avviso – è da manuale di giornalismo. Ti arriva la notizia in diretta, devi verificarla ancora; che fai?

Su Federica Sciarelli, conduttrice di “Chi l’ha visto?” – trasmissione che mercoledì sera era in diretta dalla casa del mostro di Avetrana – si sono sprecati fiumi di inchiostro in questi giorni. I termini dell’etica e della deontologia dell’informazione sono finiti sulla bocca di tutti, anche su quella di chi non ti saresti mai aspettato, magari proprio da chi quotidianamente calpesta ogni morale e poi finisce in tv a fare la “paternata” a una che la giornalista la fa, e anche bene.

Ma torniamo al dubbio di fondo: ti arriva la notizia in diretta, che fai? La dai senza verificarla? Io ho visto tutta la trasmissione. Dopo tre secondi ho ammirato subito l’umanità e allo stesso tempo la professionalità con cui la Sciarelli non ha dato la notizia, chiedendo verifiche, sperando in un contatto dei carabinieri che potesse smentire o confermare le dimensioni di una tragedia che stava affiorando pian piano.

Mettiamoci nei panni del giornalista di una trasmissione – non un talk show, ricordiamolo; una trasmissione che si occupa di scomparsi e di ritrovamenti. Ti hanno autorizzato la diretta dalla casa del mostro, quando la verità non era ancora venuta fuori; hai come ospiti la madre della povera ragazza uccisa, gli amici, la figlia dell’orco. Improvvisamente arrivano le notizie che tu, cronista scrupoloso, non avresti mai voluto dare. Ma sei in diretta. Non puoi dare la notizia in pasto a tutti: c’è la madre in collegamento e il rispetto delle persone viene prima di tutto. Non puoi non dare la notizia: sei in diretta e il fatto è già sui giornali on line, dopo alcuni lanci di agenzia. Resta tutto nelle mani del giornalista e della sua discrezionalità. Chiedere di telefonare ai carabinieri, cercare conferme nei familiari, attendere l’ufficialità. Minuti interminabili. La notizia viene fuori solo con l’inquadratura della prima pagina di un giornale on line che già ha dedicato l’apertura alla news.

Io, ma è un’opinione personalissima, credo che sarebbe stato difficile conciliare meglio le esigenze emerse in diretta nel corso della trasmissione: il rispetto della madre e delle persone coinvolte e il diritto/dovere all’informazione. La faccenda non è semplice, non mette tutti d’accordo. Ma ho sentito tante, troppe critiche nel corso di questi giorni.

Ai fautori del blackout, a quelli che mi hanno detto “sì, però poteva staccare il collegamento” io ricordo che quello non era un salotto televisivo, un talkshow. “Chi l’ha visto?” ha come argomento le scomparse e i ritrovamenti. Che giornalista sarebbe la Sciarelli se avesse deciso di chiudere la trasmissione per evitare problemi? Certamente, per me, sarebbe stata una che non è all’altezza del suo ruolo: sarebbe fuggita dalle responsabilità e dalla missione della sua trasmissione.

Io ho un’idea molto chiara: la colpa di tutto quello che è successo va alle forze dell’ordine. E non è solo per scaricare colpe sugli altri o per fare la morale. Siamo nella società dell’informazione e non si può permettere che una madre sappia la verità sul conto della figlia dai cronisti. Una telefonata alla famiglia di Sarah avrebbe evitato tutto questo caos. O magari maggiore accortezza nel non far trapelare le informazioni. Io sono dell’avviso che o non si fa sapere niente o le prime persone che vanno avvisate sono i familiari, non i cronisti. Come si può avvisare prima un giornalista e poi un familiare?

La mia non è una difesa spietata dell’informazione, sia chiaro. Anzi, segnalerei per “dovere di cronaca” il servizio di ieri pomeriggio di Studio Aperto sempre sullo stesso caso: un servizio basato interamente sul filmato del matrimonio di una delle cugine di Sarah in cui la ragazzina è ritratta in alcune immagini assieme allo zio/orco. Mi chiedo e vi chiedo: dov’è in questo caso l’essenzialità e l’utilità sociale dell’informazione? Questo sì che è un giornalismo che spettacolarizza e rimesta nel torbido pur di fare audience. “Chi l’ha visto?” mercoledì ha solo confermato di essere tv verità.

 

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vendonsi tesserini :-(

Che fosse diventato troppo facile diventare giornalista è risaputo. Tanto facile diventarlo quanto difficile trovare lavoro dopo. Che si arrivasse a vendere addirittura un tesserino da pubblicista, onestamente, è un fatto che mi disgusta. La notizia (“Come ti vendo il tesserino da giornalista”) è stata pubblicata oggi dal Fatto. Lascio a voi la lettura dell’articolo e delle truffe, stanate dal Coordinamento dei giornalisti precari della Campania.

Al mio blog affido le considerazioni.

La principale? A rischio di sembrare eversiva, delusa, controcorrente, io sostengo che l’anomalia principale sia proprio l’esistenza dell’Ordine dei giornalisti. Se l’Ordine non è in grado di tutelare noi giornalisti e quelli che aspirano a entrare in questo mondo, sempre più colmo di aspiranti e sempre più affascinante, che esiste a fare?

Ok, ok: dovrebbe esserci anche la Federazione che completa il quadro, che è un nostro sindacato… Ma quanto serve? Nella mia seppur breve esperienza non sono mai stata tutelata né dall’Odine né dalla Federazione, pur versando annualmente la retta di iscrizione e pur avendone avuto bisogno in un paio di occasioni.

E poi, in un Paese in cui vige la libertà di espressione e di manifestazione del pensiero, in cui nasce quotidianamente un numero imprecisato di blog e di testate che si prefiggono di fare informazione, a cosa serve il vincolo dell’iscrizione all’Ordine? Se questo vincolo non esistesse, si uscirebbe facilmente dal vicolo cieco dei corsi a pagamento che offrono il tesserino di pubblicista e dai giornali che sfruttano all’inverosimile milioni di giovani aspiranti cronisti, trattenuti in redazione (e non) dalla promessa di un tesserino che DOVREBBE costituire il lasciapassare in un mondo, quello dell’informazione, che alla prima possibilità ti sbatte le porte in faccia. Un settore saturo, reso ancora più saturo dai professionisti delle scuole di giornalismo che finiscono nelle redazioni per un periodo di stage e che vengono usati per sostituire i giornalisti in ferie. Ovviamente, ma forse questo è superfluo dirlo, a costo zero.

E non mi venite a dire che l’Ordine tutela la qualità dell’informazione, l’etica e la deontologia. Sono solo belle parole; teorie su cui mi sono applicata da sempre e che mi hanno sempre affascinata. Teorie che rischiano di farti avere una sonora risata in faccia se ne parli a chi fa informazione a livello locale. E poi, come si può tutelare l’etica e la deontologia dell’informazione se si permette di vendere i tesserini?

Lo spunto di questa notizia è stato fatale: mi ha costretto a esprimere le opinioni che covano da sempre in me e che difficilmente vengono fuori, se non quando mi arrabbio. Mi arrabbio perché io questa professione l’amavo davvero. Speravo da sempre, fin da bambina, di diventare giornalista. Mi sono fermata a metà, al tesserino di pubblicista. Mi sono fermata perché mi sono resa conto che il mondo dell’informazione che sognavo era lontano anni luce della realtà. Ero e sono idealista, io!

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dubbi sull’informazione

L’informazione sembra oramai svuotata di senso. Se ne parla tanto, forse troppo; ma quanto si fa informazione? Quanto si fa giornalismo, nel vero senso della parola? Quanto giornalismo serio esiste nel nostro Paese? E, soprattutto, esiste l’informazione vera, quella con le iniziali maiuscole, quella che troviamo sui manuali?

Io la risposta ce l’ho: è la risposta di chi è oramai scettico sulle potenzialità di un mondo dell’informazione che sembra sempre più alla deriva; un mondo poco libero, poco etico, poco responsabile, sempre più legato ad esigenze diverse e mai rispondente all’ideale del cane da guardia della società. Certo, non bisogna fare un solo fascio di tutta l’erba: su questo sono d’accordo. Ma la mia sensazione è che negli ultimi tempi si faccia solo un grande caos attorno al mondo dell’informazione.

Le parole “giornalismo” ed “informazione” sono sulla bocca di tutti; ma quanto si fa informazione?

E’ un post di domande, più che di considerazioni. Nel frattempo medito; mi ritiro a pensare su una professione sempre più affascinante sulla carta e sempre più difficile e complicata nella realtà. Ma l’ideale di giornalismo esiste davvero? C’è nella realtà?

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il patrono dei giornalisti

Ricorre oggi la festa del Santo Patrono dei giornalisti, San Francesco di Sales. E la giornata passa banalmente con l’etichetta di “festa dei giornalisti”. Impossibile non scrivere un post, anche se breve, sull’argomento e su una professione tanto affascinante quanto difficile e impegnativa.

Allora auguri a tutti i giornalisti: pubblicisti, professionisti, praticanti, sottopagati, malpagati, sfruttati, giornalisti di guerra e in guerra anche in senso metaforico. Auguri a tutti gli operatori dell’informazione. Auguri a tutti quelli che fanno un mestiere così affascinante e tanto pieno di contraddizioni e difficoltà. Auguri per una professione migliore, sempre più professione e meno mestiere, sempre più etica e meno cinica, sempre più orientata verso i diritti delle persone e meno verso il classico mostro in prima pagina.

Buon giornalismo a tutti!

San Francesco di Sales

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