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amaro caffè macchiato con zucchero di canna

Mattina piovosa al bar. Ordino un caffè macchiato.
Il cassiere del bar: 90 centesimi. Bene, c’è stato l’aumento. Prima lo pagavo 80. O forse pago “la macchia” di latte.
Passo al bancone: “Un caffè macchiato, per cortesia”.
La barista, tutt’altro che gentile e cortese, mi guarda schifata e comincia a prepararlo.
Io prendo lo zucchero di canna dal bancone e lo metto nel piattino in attesa del caffè.
La prima barista schifata mi porge il caffè con aria di sufficienza.
Arriva la seconda barista, altrettanto schifata. Anzi, no, forse schifata un po’ di più. Osserva il mio caffè macchiato e lo zucchero di canna e, con tono di rimprovero fa all’altra: “Fammi vedere lo scontrino”.
Appena vede il mio scontrino fa la faccia di paura e parte un rimprovero all’altra: “Ma come? 90 centesimi il caffè macchiato e ok… Ma lo zucchero di canna? Fammi capire: il caffè macchiato con canna tu lo fai pagare 90 centesimi?”
Bene, io ho bevuto il caffè e me ne sono andata. Non ho risposto alle gentile signorina perché saremmo arrivati chissà dove.
Ma ora, dico io: quanto vuoi farlo pagare un caffè macchiato con zucchero di canna? Quanto?
Passi che un goccino di latte me lo fai pagare 10 centesimi… Vuoi 10 centesimi anche per lo zucchero di canna? Sì? Ok, allora toglilo dal bancone e dallo solo su richiesta.
Una cosa è certa: la cortese signorina il mio viso non lo vedrà mai più u.u

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quotidiane incomprensioni (tecnologiche)

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Giro d’Italia. Sud. Villaggio di arrivo. Si fa incetta di gadget. Tutti carinissimi e tutti coloratissimi. Proprio dei colori che stanno bene a una carovana che per definizione è allegra e colorata.
Un signore sulla settantina si avvicina con me a uno stand.
– “Date qualcosa?” – chiede con poca timidezza a una delle promoter che sta dall’altra parte del bancone.
– “Sì, una borsa. Se le interessa, le diciamo come fare per averla” – replica con il sorriso a centottanta denti la signorina
– “‘A voglio
– “Bene, lei ha uno smartphone?
– “Che?
– “Dicevo: se lei ha uno smartphone, basta che si mette con la testa qui – gli dice indicandogli uno di quei cartelloni/scenari in cui c’è un foro apposito per la testa – si fa scattare una foto, la carica su un social network, su Facebook per la precisione, tagga il nostro account e noi le regaliamo la borsa“.
Il signore annuisce, si sposta di qualche centimetro, va a guardare il cartellone in cui dovrebbe mettere la testa e guarda di nuovo verso le due promoter. Poi guarda me, fa spallucce e mi dice: “N’agg capit nient!“. Si dirige verso la strada e mi lascia con un sorriso e con un post da scrivere.

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