storia di un concerto

La prossima volta spero di non capitare mai più accanto a chi va a un concerto pensando di essere a un funerale. Mi è successo già e, francamente, non vorrei che si ripetesse più. Alzi la mano chi non va ai concerti per scatenarsi, per cantare a squarciagola le proprie canzoni preferite, per alzarsi ad applaudire, per sognare e cantare a occhi aperti immaginando di essere sul palco davanti alla platea in visibilio. Bene, io ho incontrato persone che vanno ai concerti con aria composta, con vestiti sciccosi, capelli in perfetto ordine e classico aplomb inglese (che, sia chiaro, fa parte anche del mio modo di essere – forse mi mancano solo i capelli in perfetto ordine – ma ai concerti non può essere così!)

Ok, la prima premessa è che sono stonata come una campana. Lo sono sempre stata fin dalla tenera età. Ma sono convinta di essere stonata solo perché mai nessuno mi ha insegnato a cantare. Di conseguenza, poiché a cinque anni fui scartata da un coro con la frase “lei no, è stonata” – proferita da un’adorabile e cattolicissima  insegnante di musica – io ho cominciato a odiare la musica fin da bambina. Mi sentivo inferiore da questo punto di vista. E vabbè. Ho recuperato l’amore per la musica, per l’ascolto di vari generi e per il canticchiare da sola le canzoni che adoro alle medie, portandomi appresso una passione per gli 883 al liceo e sviluppando sempre più interesse fino ad oggi verso i cantautori italiani.

La seconda premessa – che in parte già anticipavo – è che io solitamente sono una tipa tranquilla. Mi scompongo difficilmente, sono equilibrata, dolce e gentile. Ma un concerto è un concerto: non ci si può andare restando sedute tutto il tempo senza cantare! Eh no!

I fatti. Siamo nel clou di un concerto. Il cantante si esibisce in una delle canzoni che tu adori di più in assoluto, rivolge il microfono alla folla invitandola a cantare. Che fai? Resti in silenzio? Ovvio che no! Si canta, si comincia a cantare a squarciagola. E proprio in quel momento noti che la persona che sta due posti avanti a te ti guarda, ti osserva con attenzione, quasi fossi tu il cantante della situazione. Non fai neanche in tempo a pensare “sto cantando talmente bene che lo spettacolo sono diventata io” che la signora ti chiama: “mi scusi, mi scusi” – si fa strada la sua flebile vocina tra il caos generale.

–          “prego, mi dica signora”

–          “lo sa che lei è stonata?”

–          “mai detto il contrario, grazie

–          “ma sa anche che lei rompe?”

–          “mi scusi”

Ecco, a questa e ad altre persone, ricordiamo che i concerti non sono funerali, che si partecipa a questi divertenti meeting per cantare, per distrarsi e per divertirsi appunto. Stonati o intonati conta poco. Conta solo essere educati o no. E trascorrere una serata piacevole, a sognare tra le note.

E comunque ho deciso: la prossima volta salgo sul palco al posto del cantante. E sarò uno spettacolo ben più costoso del cantante vero! 😀

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4 commenti

Archiviato in diario, domande, emozioni, ironia, ricordi, riflessioni

4 risposte a “storia di un concerto

  1. Io l’avrei mandata a quel paese…. Senza troppi fronzoli…

  2. Maria

    Brava Barbara!
    Sarò la tua prima fans!

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