al suono della campanella

Era da tempo che non mi capitava di passare davanti a una scuola prima del suono della campanella d’ingresso. Ci sono finita per caso l’altra mattina, mentre aspettavo il pullman proprio di fronte all’ingresso di una scuola elementare. Sono tornata indietro con la mente senza saperlo. Mi sono immedesimata  subito nei piccoli studenti che percorrevano un breve tratto di strada mano nella mano con i propri genitori. Mi sono rivista nella bambina con il grembiulino bianco candido, appena lavato e stirato, che tanto odiavo quando frequentavo le elementari. Ho incrociato gli occhi, preoccupati e concentrati di un bambino che varcava l’ingresso della scuola salutando la mamma arrivata con la macchina davanti al cancello; ho incrociato i suoi occhi e mi sono tornate in mente le preoccupazioni di chi sa di dover affrontare una mattinata intensa, magari con qualche interrogazione. Ho sorriso davanti alla scena di una bambina piccola, presumibilmente diretta all’asilo, trascinata letteralmente dalla madre per la mano destra, che con la mano sinistra trasportava a malapena uno zainetto in versione trolley più grande di lei; lo trascinava così stancamente da portarlo al contrario, con lo zaino strisciato per terra e le ruote all’aria. Ho notato la faccina triste e pensierosa di chi avrebbe voluto scambiare qualche chiacchiera con il genitore lungo il tragitto prima della scuola e invece era costretto a sorbirsi una conversazione telefonica di cui avrebbe capito poco e niente; devo ammetterlo, qui ho pensato: possibile che non si possa rimandare una telefonata in un momento che per un bambino è così speciale? Mi sono rivista nell’aria sbarazzina di una bambina che chiedeva al padre informazioni sul pomeriggio in palestra. E ho capito al volo lo sguardo di quelli che pensavano alla linea di confine netto tra chi va a scuola e chi no. A chi non è mai capitato di pensare, da piccoli: “come sarebbe questa giornata se la passassi a casa, tra le mie cose, a giocare, senza sedermi sui banchi per cinque o più ore?”. Era una linea di confine netta, alcune volte invalicabile, che ti spingeva a guardare dalla finestra durante la lezione e a chiederti: “chissà a casa mia cosa si fa a quest’ora”. Mi sono incuriosita davanti alla sfacciataggine di un gruppetto di ragazze che si avviavano stancamente all’ingresso commentando tra loro “tanto che ce ne frega se arriviamo in ritardo”. Ho sorriso guardando l’aria soddisfatta del bambino che, dopo aver accompagnato il fratellino con il papà davanti all’aula, tornava indietro verso casa esclamando “ok, a mamma diciamo che non mi sono sentito bene…”. Ho incrociato gli occhi sorridenti della bambina pettinata con la massima cura e sorridente che incrociava la strada del suo amichetto del cuore, salutandolo come se non lo vedesse da anni. Ho rivissuto per una decina di minuti una serie di sensazioni che conoscevo benissimo. Fino a poco meno di venti anni fa.

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7 commenti

Archiviato in diario, emozioni, riflessioni

7 risposte a “al suono della campanella

  1. Direi che il blocco è ormai un ricordo, se scrivi questi post così significativi.
    Mi hai dato anche un ottimo spunto di riflessione per quanto riguarda l’uso del cellulare quando si è con i figli… Magari inconsapevolmente l’ho fatto anch’io…
    Complimenti!

    • Sono contenta della definizione: un post significativo. Mi piace! 🙂
      Wow, sono diventata io uno spunto? Che bello!
      Scherzi a parte, gli spunti vengono consumando la suola delle scarpe in giro, proprio come i giornalisti. Se fossi più attenta a tutto quello che accade intorno scriverei quotidianamente.

  2. doctorgè

    che bel post!!!

  3. che tipo che sei…. ma stò grembiulino bianco poi???? Io lo avevo blu…

  4. Pingback: un punto di osservazione « pensieri in disordine

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