smascheriamo il giornalismo

C’è sempre qualcosa che ci spinge a essere masochisti. E’ semplice: se una cosa è difficile da raggiungere o, peggio ancora, se, una volta raggiunta, è difficile da vivere, uno normale ci rinuncia. Noi esseri umani no. O meglio: noi giornalisti (o aspiranti tali) no.

E’ il fascino delle cose inimmaginabili, delle missioni impossibili, delle sfide… Chiamiamolo come volete, ma secondo me c’è sempre un po’ di sano masochismo dietro.

Il perché di queste considerazioni?

I dati resi noti dall’Ordine dei giornalisti di recente (ricerca “Smascheriamo gli editori”) dimostrano meglio di qualsiasi altra cosa le contraddizioni di questa professione. Giornalisti sfruttati e malpagati, ma sempre convinti che quella sia la strada giusta – aggiungerei io. Caparbi in fondo. Di quella caparbietà che poi ti viene da ammirare se la guardi dall’esterno. Chi, d’altronde, è talmente tanto deciso a entrare in un mondo sempre più precario e con sempre meno prospettive future? I giornalisti, quelli di oggi e quelli di domani.

Sapevo per mie esperienze personali e per le chiacchiere con alcuni miei colleghi che il mondo del giornalismo fosse fatto di sacrifici, grossi sacrifici: si scambia la notte per il giorno, si passano notti insonni, si lavora più di ogni altro e con responsabilità non indifferenti, trascurando amicizie e affetti. La gavetta è tra le più dure a mio avviso: passi anni in una redazione in attesa del tuo turno,o di qualcuno che si accorga di te per agguantare il fantastico praticantato e poi continui a fare quel lavoro, continui a mantenere quei ritmi serrati anche da professionista. Perché il giornalismo è così, come una droga: quando ci stai dentro diventa difficile uscirne, disintossicarti; ti scorre nelle vene come la più insana passione e ti spinge a trascurare tutto e tutti.

Sapevo di tutti questi sacrifici, dicevo, ma ignoravo (ahimè, devo ammetterlo) i dati che sono emersi dalla ricerca “Smascheriamo gli editori”: giornalisti free-lance sfruttati, malpagati e testate che neanche ti aspetti che non pagano i collaboratori… Lo scenario di un’editoria in crisi (che bello: finalmente, dopo essermi sentita ripetere mille volte questa frase, ora la ripeto anche io a qualcuno!). Uno scenario che mette tristezza e che, a mio avviso, dovrebbe scatenare una indagine sociologica su quanti aspirano a diventare giornalisti con questi dati di fatto.

Pessimista? No, realista! 🙂

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