i fagioli del giovedì santo

Il profumo inebriante dei fagioli che si cuociono misto a quell’aria primaverile, tipicamente pasquale, che infarcisce di buonumore anche il più classico dei barbecue. Gli anziani della famiglia, i portatori delle tradizioni che vanno rispettate “sennò poi manca il senso della Pasqua”, riuniti intorno ad una piccola brace, la “fornacella”, proprio come accadeva una volta con il braciere, timida presenza nel mezzo di tante confessioni, liti e discussioni. Tutti intorno alla brace all’aria aperta, quasi fosse un anticipo del lunedì in Albis – ad osservare la magia che si ripete anno per anno; tutti in punta di piedi a contemplare il piccolo “fiasco” (o’ peretto) con all’interno i fagioli che man mano vengono su, fino alla bocca della bottiglia e che si preparano ad essere mangiati  nella tarda serata del giovedì santo, dopo aver fatto visita al Santo Sepolcro. E’ la tradizione che si ripete. E’ il lavoro fatto nei giorni precedenti il giovedì per privare la bottiglia della paglia che solitamente la circonda; è il lavoro del pomeriggio per accendere la brace con il fuoco che non può essere né troppo forte né troppo debole perché ne va del buon esito della fagiolata.

E’ la magia di un tempo che fu che si perpetua di anno in anno grazie ad una sana e pagana devozione di chi queste tradizioni le ha volute tramandare fino a noi, in un tempo in cui la società appare sempre più povera di radici e sempre più slegata dal territorio in un contesto in cui la tendenza alla globalizzazione si mischia anche con il localismo dando origine alla glocalità. La storia delle nostre tradizioni culinarie è tutt’altra cosa: indica un saldo riferimento alle nostre radici, ai nostri antenati, a tutti coloro che hanno fatto parte della storia sociale e della storia delle nostre tradizioni in cucina.

D’altronde è proprio quella strana bottiglia che dà il nome ai fagioli che siamo soliti apprezzare e cucinare il giovedì santo: e’ fasuli int’o’ peretto. Una tradizione particolare, in parte andata perduta, una pietanza cucinata con pochi e semplici ingredienti. Un nome strano divenuto per me familiare fin da bambina, quando mi insegnarono che quella tradizione era cara a mio nonno, che era solito rispettare ogni giovedì santo quella usanza ereditata dai suoi parenti più stretti; una tradizione di cui però si erano perse le origini. Ricordo lo stupore di quando, ancora bambina, scoprii che c’era qualcun altro che seguiva quello che per me era diventato un rito magico tipicamente pasquale. Quasi non ci credevo: agli occhi di una bambina era assurdo pensare che quelle strane usanze che osservavo oramai da anni non appartenevano solo alla mia ristretta cerchia di familiari. E così mi spiegarono che quella era una tradizione tipicamente locale che stava per andare perduta e che in pochi oramai lo rispettavano.

Ed eccomi qui a parlare di quell’usanza da rispettare che però sembra quasi essersi svuotata di quel senso particolare che rivestiva un tempo per riempirsi poi di un significato tutto nuovo, fatto di un senso di devozione  e di amore verso persone care che non ci sono più e che avrebbero sicuramente rispettato quelle tradizioni di tanti anni fa. Mi dicono che mio nonno fosse un tradizionalista, uno di quelli che se lo avessi conosciuto mi avrebbe inculcato i valori fondamentali e le tradizioni di questa terra; e io ci credo. Ecco perché, caro nonno, ho deciso di parlare della magia, della fantasia e del sapore dei quasi dimenticati “fasuli int’o’ peretto”. Davanti alla brace con i fagioli non c’è discussione che tenga: il gusto della semplicità dei gesti e delle pietanze mette tutti d’accordo.

(articolo di Barbara Ruggiero pubblicato sul periodico “Kappa”)

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