la testa nel pallone

Io lo definirei il fascino delle domeniche. Il sapore del calcio, quello di una volta, quello di quando il campionato non era spalmato lungo tutta la settimana e bisognava attendere la domenica per assistere a tutte le partite, anche a quelle di cartello, quando non esistevano né anticipi né posticipi. Data la mi giovane (!?) età, non ho molti ricordi dei tempi del calcio dal sapore autentico; ma ricordo quando, ancora bambina, affascinata da undici giovanotti con le maglie bianche e nere, cominciavo ad interessarmi di calcio. Non mi pare che allora, e parlo dei primissimi anni Novanta, ci fossero anticipi, posticipi, dirette e differite. Ricordo ancora il fascino autentico della sigla di Novantesimo minuto, ascoltata spesso in macchina; o ancora il sapore ironico e divertente dei pomeriggi passati davanti alla tv con “Quelli che il calcio…” (con Fazio in veste di mattatore. Tutt’altra cosa rispetto alla Ventura)

Bene, quel fascino, quello autentico, sembra oramai in declino per le serie maggiori (parlo di A e B), sempre più caratterizzate da interessi economici e di marketing (pay per view e compagni…). Non mi pare si verifichi altrettanto a partire dalla serie C1 in poi. O forse non proprio così. Vivo questa realtà perché da qualche anno ho la fortuna di seguire direttamente allo stadio le gesta della squadra del mio paese che, dopo lunghi anni di assenza e dopo tante peripezie, è tornata a fatica nel “calcio che conta”. Domenicalmente allo stadio si assiste al sapore autentico dello sport, del calcio, della competizione agonistica. Si vedono persone fremere, gioire ed intristirsi all’unisono in base ai risultati conseguiti dalla squadra del cuore. Capita così di assistere alla gara accanto a stimati professionisti, a giovani studenti, a semplici sconosciuti… Ognuno, nei novanta minuti di gioco, sembra trasformato. Ci pensavo proprio oggi. Lo stadio funziona così: entri, butti via la maschera che sei costretto ad indossare tutti i giorni, e ti butti nella mischia, pronto a gioire, inveire, piangere e ridere… Tutte emozioni che possono condensarsi anche in una sola partita: dipende solo dalla tua squadra del cuore e da quello che succede su quel rettangolo verde in soli novanta minuti. Miracolosamente si abbattono tutte le barriere e ci si trova tutti insieme a festeggiare una bella vittoria oppure a contestare, in termini civili chiaramente, il calciatore o l’allenatore di turno.

Proprio oggi pensavo che il mondo sembra ruotare tutto intorno ad un pallone. Lo dimostrano i bar con maxischermo sempre più affollati in occasioni di partite importanti; lo dimostra la febbre di calcio che – ci scommetto – colpisce ogni uomo oramai quasi tutti i giorni della settimana. Ma, e qui viene il bello, credo proprio che la testa nel pallone non sia più solo una prerogativa maschile. Anzi. Certo, il binomio uomo-pallone oramai è inscindibile. Ma non credo che le donzelle se ne stiano a guardare. Ve lo dice una che, poco meno che diciottenne, fu catapultata allo stadio per la cronaca di un incontro di calcio. Un battesimo di fuoco. Una domenica come tante che ha cambiato parte della mia vita, portandomi allo stadio ogni domenica da oramai dieci anni. Mi toccherà ammetterlo: ho anch’io la testa nel pallone!

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